
Un altro pezzettino per completare il puzzle, su cui però si è ancora lontani dal vedere ciò che è effettivamente rappresentato. Può essere riassunta in questo breve periodo la storia di Daniele Pieroni, 64 anni, scrittore e poeta originario di Pescara, la tredicesima persona ad essere riuscita ad accedere alla pratica del suicidio medicalmente assistito in Italia (cinque sono state costrette a recarsi all’estero, otto l’hanno fatta nel nostro Paese), che consiste nell’autosomministrazione di un farmaco letale in presenza di medici ed esperti sanitari. Daniele era affetto dal Morbo di Parkinson dal 2008 e dopo più di 15 anni la malattia si era sviluppata fino al quarto stadio, obbligandolo a vivere con la PEG per circa 21 ore al giorno. Daniele è riuscito a morire lo scorso 17 maggio, in Toscana, grazie anche alla legge approvata l’11 febbraio scorso dal Consiglio regionale che regola temi e modalità di accesso al fine vita, la quale ha seguito la scia della proposta di legge “Liberi subito” dell’Associazione Coscioni, impugnata però dal governo centrale il 9 maggio.
“La Toscana ha colmato un vuoto. È la dimostrazione di quanto sia vano il tentativo di dichiarare la legge incostituzionale. È opportuno che una norma nazionale possa dar corso a un adattamento in termini di legge di quanto la Corte Costituzionale ha affermato sul piano dei principi”. Sono le parole del governatore della Toscana, Eugenio Giani, in riferimento alla sentenza 242/2019, nota come “Cappato-Dj Fabo”, che ha fissato le quattro condizioni per accedere al suicidio medicalmente assistito: non essere capace di autodeterminarsi, avere una patologia irreversibile, avere sofferenze fisiche o psicologiche per la malattia ritenute intollerabili e dipendere da trattamenti di sostegno vitale. Quest’ultima è stata al centro di un ampio dibattito negli ultimi anni tra i pro e i contro della pratica, ritenuta dai primi un ostacolo troppo ampio per accedervi. Ma in un Paese come il nostro, a mio avviso con uno sfondo conservatore più che progressista, i piccoli passi in materia fine vita possono già essere considerati un risultato di non poco conto. L’Italia rimane così con un piede in due scarpe: da una parte un esecutivo nazionale, appoggiato da coloro con posizioni vicine alla Chiesa, che non sembra scostarsi dall’essere ostile ad ogni legge o proposta che possa permettere ad un individuo di suicidarsi, anche se colmato da sofferenze; dall’altra le singole regioni, prima su tutte la Toscana, che stanno provando semplicemente a tradurre in procedure obiettive, imparziali e neutre le parole della Corte Costituzionale. Ora però è necessario che tutto il Paese si adegui e legiferi sulla pratica, seguendo l’esempio toscano.
La nostra Costituzione non si tocca, è sacra, un lavoro frutto di anni e anni di resistenza contro il fascismo e basato su idee e principi di democrazia, con l’obiettivo di garantire una serie di diritti fondamentali ai singoli individui. C’è anche il diritto alla vita tra questi, che implica la protezione di ogni persona dalla privazione della vita, in particolare da azioni intenzionali che la possano portare alla morte. È questo il motivo di tanto scetticismo da parte della maggior parte della classe dirigente, la fetta che non comprende soltanto la destra del governo attuale, ma anche parte della politica e dei partiti schierati a sinistra. Siamo nel bel mezzo di una battaglia storica nella penisola, che molto spesso ha costretto soggetti a recarsi all’estero perché qui da noi la pratica era del tutto vietata, almeno fino a diversi anni fa. Sul diritto alla vita sancito dalla Costituzione non si discute, ma ha senso garantirlo anche nel caso in cui la persona interessata soffri a livello psicologico, emotivo o fisico le pene dell’inferno? Perché dovremmo decidere per lui? È un discorso che purtroppo molto spesso finisce per essere politicizzato e che non dovrebbe avere nulla a che fare con l’essere elettori di destra o di sinistra, bensì con l’arrivare a comprendere e stabilire che ognuno, per sé stesso e per il suo corpo, può decidere quello che vuole. La vita accompagnata e segnata da sofferenze atroci non è più vita.
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