
Un anno dopo tre passi indietro. Dopo il colpo di spugna sul reddito di cittadinanza e la via crucis del salario minimo, il governo pasticcia sulle decontribuzione per le mamme. Le nuove misure per incentivare la natalità, contenute nella legge di bilancio, per il governo Meloni sono considerate “un’agevolazione”. Ma non è proprio così.
Tuttavia, lo sconto per le donne con due figli vale un anno solo e non tre, come scritto nel testo ora all’esame della commissione Bilancio del Senato. Resta invece triennale lo sgravio previsto per le mamme dipendenti a tempo indeterminato con tre figli, fino al 18esimo anno di età del figlio.
Naturalmente, la correzione finisce nel mirino delle opposizioni. E inoltre, è lecito sottolineare che le nuove misure per incentivare la natalità, contenute nella legge di bilancio, escludono dai benefici della decontribuzione le oltre 5 mila madri occupate nel lavoro domestico. Ed è questa è la denuncia che arriva dall’Osservatorio Domina (Associazione nazionale famiglie dei datori di lavoro domestico) che sottolinea da anni come le lavoratrici domestiche non abbiamo le stesse tutele delle altre lavoratrici dipendenti in caso di maternità.
Nessuno degli sconti è strutturale e c’è molta confusione. Tutto questo è evidente. La stessa Giorgia Meloni in conferenza stampa, sempre il 16 ottobre, aveva annunciato asili nido gratis per tutti dal secondo figlio in poi. Fino a fare marcia indietro. «Premier donna che non si batte per le donne», ha sintetizzato la leader del Pd Elly Schlein. Sulla stessa linea Chiara Appendino, deputata M5S: «Un governo di dilettanti allo sbaraglio, il primo guidato da una donna contro le donne che taglia due anni di sgravi, dopo aver cancellato Opzione donna e l’Iva agevolata su assorbenti e pannolini».
Una norma che non si applica alle lavoratrici domestiche. Lavoratrici domestiche che vengono anche escluse dall’aumento contributivo di un mese del congedo parentale, visto che l’INPS paga a queste lavoratrici solo la maternità obbligatoria (5 mesi) e non il congedo parentale (facoltativo). Inoltre, a differenza delle altre lavoratrici dipendenti che possono usufruire della maternità senza particolari vincoli, le lavoratrici domestiche devono aver accumulato un numero minimo di contributi. Oltre alla mancanza di congedo facoltativo non hanno diritto ai permessi per allattamento, né al congedo per la malattia del figlio.
Secondo la legge di bilancio, la decontribuzione riguarderà la quota dei versamenti INPS a carico del lavoratore e lo sgravio sarà totale ma ci sarà un tetto massimo. Lo sconto in busta paga dei contributi non potrà superare i 3 mila euro l’anno. A tale proposito, ciò significa che l’aumento mensile lordo delle retribuzioni non potrà superare i 230 euro mensili per tredici mensilità. La misura avrà un carattere «sperimentale».
Altro passo sbagliato da parte del governo Meloni e altro errore. Basti leggere la bozza della manovra di bilancio che prevede lo stop all’Iva al 5% per i prodotti per l’infanzia e per la cosiddetta tampon tax. In questo modo, latte in polvere e preparazioni per l’alimentazione dei bimbi, assorbenti, tamponi e coppette mestruali tornano tra i prodotti soggetti all’Iva al 10%.
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