
“More than a game”. Tradotto: “Più di un semplice gioco”. È il nome del documentario dedicato a quello che molti considerano il più forte giocatore di basket di questo secolo: LeBron James. Leggo questo slogan sulla copertina di una brochure di un camp NBA svoltosi a Milano. A parlarmene è il coach Massimo Antonelli, ex cestista campione d’Italia, e i ragazzi ritratti nelle immagini a fianco di Gallinari e Thanasis Antetokounmpo sono quelli di Tam Tam Basketball. Per il coach, i volontari e per tutti i ragazzi che fanno parte di questa associazione la pallacanestro è veramente molto più che un semplice sport, e ora capiremo il perché.
Siamo andati a trovare coach Antonelli nella palestra di via Occidentale, a Castel Volturno: «Tam Tam è un’associazione sportiva che ha dedicato la sua attività ai ragazzi che hanno più bisogno. Si rivolge prima ai figli di immigrati, non escludendo gli italiani». La sua nascita vide come promotori l’imprenditore Guglielmo Ucciero, castellano appassionato di basket; Antonella Cecatto, ex cestista che ha militato in Serie A; Pietro D’Orazio, altro ex cestista; Prospero Antonelli, fratello di Massimo; e il coach Massimo Antonelli, campione d’Italia con la Virtus Bologna e fautore di due promozioni col Napoli Basket. «Una domanda che mi suonava sempre era ‘Coach, ma si paga? Perché se si paga non posso venire’. Già lì ho capito l’aria che tirava» ci dice sin da subito il coach. Ben presto, infatti, Antonelli si rende conto che quella non era una realtà come le altre: «Scatta un meccanismo che da progetto sportivo lo fa diventare quasi prettamente sociale. Lo racconto ancora quando un giorno Victor arriva in palestra con un’ora e mezza di ritardo. Io ero costretto ad accettare 15-30 minuti di ritardo – e da buon ex giocatore di Serie A per me è una cosa inammissibile – però quel giorno dissi ‘No, è troppo’». Eppure, la risposta di Victor gelò Antonelli: «Mi disse: ‘Coach, io ero sulla Domiziana e sono passati due autobus ma c’era il controllore sopra e non sono potuto salire. Ho dovuto aspettare il terzo autobus per poter salire’. Lì ho sentito il sangue che si raffreddava. Avevo capito che c’era bisogno di stare molto vicino a questi ragazzi che sono talmente appassionati da aspettare un’ora e mezza il pullman per fare una mezz’ora di allenamento. Ma chi lo farebbe?».
Col tempo, poi, Tam Tam viene notato da tante realtà, come il camp NBA che abbiamo citato nell’introduzione: «Il fratello di Antetokounmpo (Thanasis, ndr) diceva ai ragazzi che avevano la sua stessa storia. Perché gli raccontava che non poteva giocare contemporaneamente al fratello perché avevano solo un paio di scarpe». Non solo, sono in molti i donatori solidali che arrivano a conoscenza di questa realtà: «Una signora dalla sensibilità enorme ci manda le scarpe, mi disse: ‘Se uno ama il gioco, deve giocare’. Un’altra famiglia americana che stava andando via dalla base Nato aveva saputo di noi attraverso il documentario di Al Jazeera, e quindi hanno lasciato molte cose ai ragazzi. La Nike venne a girare uno spot a Napoli e qualcuno gli ha parlato di noi, ci hanno contattato in via indiretta e ci hanno mandato 200/300 paia di scarpe». Massimo, infatti, dice orgoglioso: «Tam Tam rappresenta tanto nel mondo della lotta. È un simbolo. È un orgoglio, ma anche una responsabilità enorme perché bisogna sempre tenere fede a questo simbolo».
Appena sono arrivato in palestra, però, il coach Antonelli era preoccupato: mi fa vedere che provando a inserire i documenti di una ragazza c’è un errore perché ha il permesso di soggiorno scaduto. Questa è solo una delle tante le complicazioni che non permettono a Tam Tam Basketball di far giocare liberamente i propri ragazzi: «Per tesserare uno straniero ci vogliono €51 o €64, invece di €13. A partire da quest’anno, una volta fatta l’iscrizione con la FIP, poi ti devi iscrivere anche su un’altra piattaforma di supporto. Su quest’ultima non solo ci vuole il consenso del genitore, ma anche il numero di telefono e la mail». Ed è qui che spesso subentrano le difficoltà con famiglie che hanno altre priorità: «Molti genitori dei nostri ragazzi non parlano italiano. Hanno poca voglia di mandare i ragazzi qua, preferirebbero che lavorassero e portassero soldi a casa. Noi viviamo sulla passione dei ragazzi, non sulla volontà dei genitori. Infatti, d’estate vanno tutti a lavorare sulle spiagge, dai 14 anni in poi». Oltretutto, Antonelli è stato squalificato per 3 mesi per aver fatto giocare due ragazzi under 13 che non avevano superato il secondo step del tesseramento. Il coach si lascia andare a un piccolo sfogo, che però racchiude tutto il senso delle sue gesta: «Tu che ami lo sport e te lo fanno odiare. Ma, per fortuna, c’è la pallacanestro…».
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