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Tav-velenata: il filo che collega la Tav di Afragola ai rifiuti tossici

Redazione Informare
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1 novembre 20194 min di lettura

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Tav-velenata: il filo che collega la Tav di Afragola ai rifiuti tossici

La Tav di Afragola è l’immagine del progresso. È stata battezzata come “una delle opere architettoniche più belle al mondo”. Ma è l’emblema di una terra che cresce e si sviluppa tra le mani della malavita.

Risale al 21 settembre scorso la perizia effettuata dall’ I.R.S.A. (Istituto di Ricerca sulle Acque) che ha accertato la presenza di 53 discariche di rifiuti tossici e pericolosi intombati negli anni dalla camorra in quell’area.
Una notizia sconvolgente che ha fatto poca eco, catturando troppo poco l’attenzione dei giornali e finendo nel dimenticatoio dopo un paio di giorni. Quasi come se fosse una cosa normale. Quasi come se ci fossimo abituati a vedere lo sviluppo urbano andare a braccetto con la sporca macchina del traffico dei rifiuti. Gli interessi in gioco sono molteplici e gli attori si intersecano tra loro creando un groviglio in grado di confondere anche la magistratura. I lavori iniziarono già nel 2003 su progetto dell’architetto Zaha Hadid, e avrebbero dovuto concludersi nel 2008. Ma la consegna slittò per diversi anni, tra incidenti di percorso, imprese rinunciatarie o in fallimento.

Dopo un’interruzione dovuta alla mancanza di fondi, i lavori ripresero nel 2015, affidati all’associazione temporanea di imprese Astaldi-Nbi, fino a giungere in fretta e furia all’inaugurazione il 6 giugno 2017. Talmente in fretta da tralasciare alcuni dettagli.

La procura di Napoli Nord, sotto la direzione di Francesco Greco, aveva aperto un fascicolo per gestione illecita di rifiuti e omessa bonifica, chiedendo notizie sul sequestro di 6 mila tonnellate di rifiuti speciali avvenuto nel 2007 presso due cantieri della Tav – alcuni provenienti dalle ditte che lavoravano in subappalto alla stessa Tav e altri dalle opere di ampliamento dell’aeroporto di Capodichino – per cui finirono agli arresti domiciliari per corruzione e falso ideologico anche due sottufficiali della Guardia di Finanza. Ad oggi non c’è alcuna traccia del provvedimento di dissequestro. Insomma, non è dato sapere se e come quei rifiuti siano stati smaltiti prima della ripresa dei lavori.

Evidentemente lo Stato non riesce a controllare bene i territori come lo fa, invece, magistralmente l’Anti-Stato, che nel territorio di Afragola è rappresentato dal clan Moccia. A differenza della maggior parte delle organizzazioni camorristiche napoletane, si interessa principalmente di affari imprenditoriali di primo livello anche grazie alla forte penetrazione a livello politico locale. Il loro vero business sono i terreni, e la loro tecnica principale è quella del cambio di destinazione d’uso. A proposito della Tav, nel terreno confinante era stato creato un autoparco che comprendeva 18 strutture costruite abusivamente, di proprietà di un’imprenditrice prestanome dei Moccia e gestito dalla Depar srl (Afragola, Napoli), società in cui compaiono tra i soci le mogli di due esponenti dei Moccia. Il parcheggio inizialmente era stato classificato a “uso residenziale”, poi probabilmente declassato a uso industriale per chiudere in fretta i lavori ed evitare i controlli circa le sostanze contaminanti e le acque di falda.

E la Tav cosa c’entra?

Le ditte impegnate nei lavori, erano obbligate a sostare i loro automezzi nel parcheggio pagando un canone di oltre mille euro.
A scoprirlo, nel 2014, l’allora capo della polizia municipale, Luigi Maiello che dopo essere stato minacciato di morte, lasciò l’incarico.
Gli agenti apposero i sigilli ma ancora una volta, misteriosamente, le attività sono andate avanti indisturbate. Perfino quando, qualche mese prima dell’inaugurazione, l’impresa che stava realizzando una strada per abbreviare il tragitto verso la Stazione, ha sospeso i lavori dopo aver estratto il rottame di un’automobile piena di rifiuti misteriosi.
Del resto, il destino di quel territorio appare segnato.
Già Negli anni ’80 nell’area della Tav si doveva realizzare un parco a tema, per il quale furono uccise 10 persone, tra cui due consiglieri comunali. Ad essere segnato è infatti anche il destino di chi ha a che fare con questi investimenti milionari. Solo nella settimana di inaugurazione della Tav, si susseguono ben cinque omicidi legati molto probabilmente da un unico filo rosso.

C’è ora da realizzare il collegamento con Napoli Capodichino, parte del Patto per la Campania. Un investimento voluto, ancora una volta, troppo in fretta, la cui entità pare essere sottostimata. Se la vicenda Tav insegna qualcosa è imparare a non sottovalutare i campanelli d’allarme e ad essere scrupolosi. Se il progresso è la Tav, in Campania sta procedendo ad alta velocità, anche troppo alta.

di Giorgia Scognamiglio

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°199
NOVEMBRE 2019

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Magazine mensile, gratuito, di promozione culturale edito dal "Centro Studi Officina Volturno", associazione di legalità operante in campo ambientale, sociale e culturale.

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