
Gli psicologi hanno notato un crescente uso dell’intelligenza artificiale da parte dei pazienti in terapia, in special modo con gli adolescenti. La maggior integrazione dell’AI nelle nostre vite è arrivata dunque a toccare anche la nostra parte emotiva. Vediamo perché e cosa comporta.
Come dicevo, è sempre più elevato l’impiego delle intelligenze artificiali (basti pensare che, nel mondo, Chat GPT ha raggiunto gli 800 milioni utenti attivi a settimana nell’ultimo mese) per le ragioni più disparate. Tra queste, anche la necessità di un supporto psicologico.
Quando ci rivolgiamo a un’AI, essa risulta sempre accondiscendente e amichevole. Dell’uomo replicano la sua empatia ma, a differenza di un interlocutore qualunque, essa non interrompe e non giudica il “paziente”. Quest’ultimo si sente così a proprio agio e riesce a confidarsi con la macchina, a volte anche più di quanto farebbe con uno specialista.
Inoltre, al fattore prettamente umano, si aggiungono anche ragioni economiche e temporali: non tutti possono permettersi di pagare un percorso di terapia privato (perché, nel sistema sanitario nazionale, si contano solo poco più di 5000 professionisti pubblici) e, anziché dover aspettare quell’incontro settimanale, l’AI è disponibile 24 ore su 24, talvolta anche nel momento esatto in cui stiamo provando determinate emozioni.
I Chatbot hanno il loro potenziale, ma attualmente questo è ancora lontano dalla realtà. Le AI si rivelano utili nel momento in cui vogliamo riorganizzare le nostre emozioni, trovare tecniche di auto-aiuto, confidarci con qualcuno anche quando non ci sia nessuno disponibile sul momento. Come una sorta di diario ma più interattivo. Inoltre, eccelle nel seguire strutture e schemi rigidi. Il fatto è che esso si concentra per lo più sulla gestione dei sintomi, non sulla risoluzione alla radice del problema.

Quello che manca all’intelligenza artificiale è poter comprendere il linguaggio non verbale, cosa a cui invece assiste lo specialista e che costituisce una parte importantissima del percorso di cura. Il terapista osserva il comportamento nei silenzi, capisce quando approfondire un argomento e quando invece non è ancora possibile. Gli schemi della psicologia sono utili ma non possono essere tutto: ognuno è unico e dunque è necessario conoscere profondamente la persona. Se gli specialisti fossero rigidi nei protocolli, lì allora diverrebbero sostituibili con l’AI.
I ricercatori dell’università di Dartmouth hanno cercato di creare un’AI specifica per la consulenza psicologica. I risultati finali sono interessanti, ma il percorso che si cela dietro è stato particolarmente tortuoso.
Normalmente, le intelligenze si basano sui modelli linguistici di grandi dimensioni e, tramite calcoli statistici sui dati su cui sono stati allenati, provano a individuare le parole più coerenti per comporre nuovi testi. Il primo chatbot dei ricercatori si basò sulle interazioni provenienti da siti Web di gruppi di supporto tra pari, in cui le persone con gravi disturbi si consolavano e si confortavano a vicenda. L’AI, però, iniziò a esprimere pensieri suicidi.
Nel secondo tentativo, gli studiosi hanno deciso di inserire le trascrizioni di ore di filmati di psicoterapia educativa, nella speranza che il modello sarebbe stato in grado di ricreare una terapia basata sull’evidenza. Al quinto “comando” impartito, arrivava a ritenere uno dei genitori come causa dei problemi.
I ricercatori, dunque, hanno deciso di creare da soli il set di dati, con infiniti dossier scritti per ricreare situazioni plausibili di terapie, contenenti risposte basate sull’evidenza. Il Therabot, questo il suo nome, ha ridotto del 51% i sintomi dovuti all’ansia dei pazienti che si sono sottoposti alla sperimentazione.
Manca un effettivo confronto con dei terapisti umani in termini di efficacia, ma è emerso che le persone siano riuscite a percepire un legame con il Chatbot su livelli paragonabili a quelli ottenuti con gli uomini. Addirittura qualcuno si è dichiarato a “Thera” (uno dei soprannomi dati al bot), ma il Chatbot era addestrato per riportare il focus della conversazione sulla persona.
Bisognerà vedere se gli studiosi riceveranno l’approvazione per la commercializzazione di Therabot per tutte quelle persone che non possono permettersi una terapia tradizionale. Munmun De Choudhury, professore presso la School of Interactive Computing del Georgia Institute of Technology , ha detto: “La connessione umana è preziosa ma, quando le persone non ce l’hanno, se sono in grado di formare connessioni parasociali con una macchina, può essere meglio che non avere alcuna connessione”.
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