
A Caivano si è conclusa una riunione “operativa” tra le autorità competenti del contrasto alla Terra dei Fuochi. O almeno una parte delle autorità, dato che ormai non si contano più i commissari e gli incaricati sul tema.
Al momento abbiamo: un commissario unico, un incaricato del Ministero dell’Interno sui roghi tossici e un commissario straordinario di Caivano (Fabio Ciciliano), che però tutta la stampa ha presentato come commissario alla Terra dei Fuochi. I colleghi pensavano evidentemente che non si potesse sbagliare: “Terra dei Fuochi” è un brand che va bene su tutto e tutti.
Ma ironia a parte, analizziamo cosa resta nel concreto ai cittadini dopo l’annuncio in pompa magna di 10 milioni di euro per la rimozione dei rifiuti e la videosorveglianza. Alla riunione, oltre il commissario Ciciliano, erano presenti anche il vicepresidente della Regione Campania, Fulvio Bonavitacola, e il direttore dell’ASL di Caserta, Antonio Limone.
A margine della riunione, poche parole hanno fatto capire che non ci saranno stravolgimenti delle linee pubbliche già messe in campo nel passato. Si continuerà senza un biomonitoraggio della popolazione.
Il nuovo direttore dell’ASL, Antonio Limone, ha affermato: “Se fai un’azione (di biomonitoraggio .ndr) subito, rischi di non trovare niente. La penetrazione delle sostanze, come ad esempio la diossina, è lenta e progressiva“. E quindi cosa bisogna fare? Secondo Limone: “Bisogna fare prima una fase di monitoraggio ambientale e poi capire che tempi e su che matrici…“.
Partiamo dal biomonitoraggio. La sentenza CEDU sul punto è illuminante: nel paragrafo 428, la Corte di Strasburgo fa addirittura i complimenti alle autorità italiane per la mole di studi prodotti, ma evidenzia che il 99,9% di questi non ha pubblicato risultati. L’unico studio a produrre risultati è stato lo SPES nel 2015. Sono passati dieci anni.
Eppure già nel 1998, la Seconda Commissione parlamentare d’inchiesta italiana, sollecitava il Governo a indagare sull’aumento dei tumori in provincia di Caserta. Chissà cosa risponderebbero i politici dell’epoca al direttore Limone, che con una frase telegrafica ha rimbalzato al futuro il problema del monitoraggio.
Di certo sappiamo che l’Azienda Sanitaria Locale di Caserta ritiene fuori luogo in questo momento procedere alle analisi per monitorare la salute della popolazione residente nella Terra dei Fuochi. In Regione Campania al momento non solo manca il monitoraggio, ma non si conoscono neanche i dati dei registri tumori, fermi al 2021.
10 milioni di euro per la rimozione dei cumuli e la videosorveglianza: è la grande notizia che ha fatto scattare il tavolo a Caivano. Si è parlato tanto delle discariche urbane fatte da rifiuti che vengono incendiati nelle ore notturne (generalmente), ma è chiaro che la Terra dei Fuochi è in realtà ben lontana da quei cumuli.
A Teano è andato in fiamme l’ennesimo impianto di stoccaggio rifiuti, ma la ricorrenza di questi eventi ci induce a pensare che non si tratta di casualità. Stoccaggi sovraccarichi, miscelazioni sbagliate, antincendio spesso sulla carta e, sempre più spesso, batterie al litio che fanno da innesco: la Terra dei Fuochi si nutre dei mancati controlli nella filiera dei rifiuti.
Eppure le norme ci sono, ma a mancare è una strategia di controllo degli impianti. Un caso emblematico è quello delle norme antincendio, settore in cui l’Italia eccelle dal punto di vista normativo ma con scarsissimi risultati sostanziali. Dal 2022 esiste una Regola Tecnica Verticale specifica per lo stoccaggio e il trattamento dei rifiuti: si applica agli impianti e ai centri di raccolta superiori ai 3.000 m², integra il Codice, stabilisce compartimentazioni, superfici massime, gestione acque e incompatibilità tra rifiuti.
Ma gli impianti di stoccaggio rispettano queste norme? A dispetto delle pochissime sanzioni, dovremmo presupporre che in Campania ci siano solo impianti modello. Nella realtà vediamo che gli impianti di stoccaggio spesso presentano cumuli oltre le altezze consentite, o non sono dotati di pareti e corridoi tagliafuoco a norma. Siamo certi che la maggior parte degli impianti di stoccaggio campania raccolga in vasche le acque di spegnimento senza disperderle? Queste risposte fanno la differenza tra incidente e disastro.
Se pensiamo che 10 milioni in videocamere ed agenti in strada servano realmente ad affrontare un problema enorme come Terra dei Fuochi, allora siamo fuori strada. È un approccio passato, retorico e che non vuole fotografare il problema. Vuoi per incompetenza, vuoi per incapacità politica.
La realtà è che in Campania convivono impianti autorizzati in AIA (grandi soggetti IED) e impianti in procedura ordinaria ex art. 208 / AUA (competenza regionale/provinciale). ARPAC censisce e pubblica gli impianti e gli esiti dei controlli, ma regole e trasparenza non sono uniformi tra i due mondi. E il business criminale si inserisce in questa falla burocratica, approfittando ogni giorno di una strategia di controllo che preferisce stare su strada a lottare contro i cumuli urbani.
L’Unione Europea ha provato a sollecitare i controlli agli impianti, con una direttiva sulle emissioni industriali che all’interno contiene nuove regole per il controllo.
Sulla carta la direttiva europea IED impone un ritmo preciso: i piani ispettivi devono essere basati sul rischio e tra due visite in loco non devono passare più di 12 mesi per gli impianti a rischio alto e non più di 36 mesi per quelli a rischio basso (art. 23 IED).
Nel mondo reale il passo è più lento: nel 2021 il SNPA (Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente, vi linkerei il sito ma è fuori uso…) ha contato poco più di 1.800 visite su oltre 6.400 installazioni AIA (statali e regionali). Tradotto: circa il 28% degli impianti ha avuto un sopralluogo quell’anno, cioè meno di 3 su 10. A questo ritmo, la “rotazione” media sfiora i 3,5 anni, già oltre la cadenza massima prevista per i siti a rischio basso, e lontanissima dalla visita annuale che la IED chiede per i più critici.
Se su dieci capannoni ne vedi meno di tre all’anno, alcuni siti possono restare anni senza un controllo completo proprio mentre cambiano i flussi (più plastiche, più RAEE, più batterie al litio). Allo stesso tempo aumentano i fenomeni di cui abbiamo parlato sopra: crescono i cumuli e l’adeguamento antincendio procede a rilento. Il risultato è il rischio effettivo che la prima ispezione “seria” arrivi dopo l’incendio, non prima. Ecco la falla del sistema: la frequenza media non è compatibile con una vera vigilanza basata sul rischio e la parte alta del rischio resta scoperta.
Purtroppo su questo punto la riunione “operativa” di Caivano ha detto poco o niente. Ancora passi indietro.
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