
L’evento sismico che ha colpito Turchia e Siria apre riflessioni nell’UE e l’ONU per il tema degli aiuti. L’Italia e l’Europa devono pensare ai terremoti tra solidarietà e sfide da affrontare.
La notte del 6 Febbraio del 2023 un violento terremoto colpisce la Turchia meridionale e la Siria, causando migliaia di morti e danni incalcolabili alle abitazioni.
Il terremoto nasce dal movimento della placca tettonica dell’Anatolia e quella Araba. Infatti, non sono rari eventi sismici in Turchia e in Siria, ma questo del 6 febbraio è di una magnitudo di 7.8, fra le più alte e devastanti. La grande quantità di vittime, per ora purtroppo oltre 30mila, è dovuta dal fatto che gli edifici colpiti non sono antisismici, si trovavano in zone non accessibili e l’evento è stato di notte, quando la maggior parte delle persone sono in casa.
L’ONU non vuole lasciare indietro nessuno, Sono confermati aiuti anche da nazioni che spesso si trovano in contesti fortemente distanti dal punto di vista diplomatico, come Israele verso la Siria, ma è presente anche l’impegno di comunità religiose verso altre.
Tuttavia emergono dettagli contraddittori, gli aiuti ci sono pure, ma non sono distribuiti equamente. La Siria risulta ricevere aiuti più lenti (causati anche dal regime di Assad), e questo viene fatto notare da autorità politiche locali ed associazioni. In parte è dovuto da burocratici embarghi contro il paese che vive da più di un decennio una sanguinosa guerra civile, ma dall’altro lato il sistema politico di Erdogan, non propriamente un fiore di democrazia, non ha molto a cuore le minoranze etniche siriane e dei paesi vicini. Purtroppo, anche per questione geopolitica, gli aiuti sono indirizzati verso chi ha di più, come garanzia politica, militare ed economica. La grande preoccupazione della croce rossa internazionale è lo scoppio di una epidemia di colera.
Oltre per gli aiuti, l’Europa, ma in particolar modo l’Italia, osservano i terremoti tra solidarietà e sfide. L’Italia è uno dei maggior paesi del mediterraneo, secondo la protezione civile, a rischio sismico: nel paese si trovano la faglia europea e quella africana.
L’istituto nazionale di geofisica e vulcanologia conta in 2500 anni oltre 30 mila terremoti nel nostro paese, concentrati lungo la dorsale appenninica ed in alcune aree settentrionali, tra le quali il Friuli e Veneto.
Non bisogna spaventarsi troppo perché le faglie continentali che attraversano l’Italia, non sono potenzialmente distruttive come quella di San Andreas in California oppure come quelle giapponesi, anche se questo paese almeno dal 1960 ha avviato una forte campagna di prevenzione ai terremoti nel campo edilizio, spendendo fino al 7% del proprio PIL in costruzioni antisismiche.
In Italia la situazione è ambigua: l’Enea, l’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, notifica che le nuove costruzioni, soprattutto le grandi opere dopo la tragedia del ponte Morandi, risultano avere criteri di costruzione ancora più rigidi, ma dall’altro canto oltre il 60% delle intere costruzioni nel nostro paese, compresi ospedali, scuole, senza contare lo storico patrimonio artistico, è a rischio crollo verso calamità.
Le cause sono materiali scadenti, ristrutturazioni tardive e pochi investimenti nella messa in sicurezza. Di questo passo, non solo si rischia di avere tragedie sempre più frequenti come nel sisma dell’Aquila e quello di Amatrice, ma di perdere anche parte del nostro patrimonio artistico.
Paesi come il Giappone investono enormi risorse per la prevenzione al fine di contenere danni e vittime, la stessa centrale nucleare a Fukushima nel 2011 subì danni ma resistette al terremoto.
L’Italia è un paese a rischio, non basta guardare le tragedie, ma bisogna pianificare sicurezza con investimenti seri e lungimiranti.
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