
Parigi, terrorismo e islamofobia. Nelle ultime settimane è tornata sulle prime pagine di tutti i giornali la parola terrorismo. Nel 2015 ha seminato il terrore nelle capitali europee, prime fra tutte propio Parigi e Bruxelles. Qui gli attentati per mano dell’ISIS – dalla sede di Charlie Hebdo al teatro Bataclan di Parigi – sono stati più cruenti che mai. Il paese sta assistendo ad una rinascita del sentimento nazionalista post-attentati.
Proprio in queste città negli scorsi giorni si sono consumati atti di rivendicazione terroristica. Tutto è iniziato lo scorso 13 Ottobre con l’uccisione di un professore da parte di un ex studente nella città di Arras, nel nord della Francia. Ad allarmare ancora di più il paese è stata poi l’evacuazione di emergenza di sabato 14 Ottobre del Museo del Louvre e della Reggia di Versailles per un allarme bomba.
Infine, è di lunedì 17 ottobre la notizia dell’assassinio di due tifosi svedesi a Bruxelles per mano di un estremista tunisino. La polizia belga ha poi catturato e ucciso l’uomo.
Ma cosa ci resta dopo la narrazione secca e metodica dei fatti? Oltre le vittime, anche un problema di crescente islamofobia e l’ipotesi del legame di questi terroristi con Hamas. È il ministro dell’Interno francese Darmanin a rivendicare un legame tra l’omicidio del professore ad Arras e l’attuale situazione di conflitto in Medio Oriente. Lo stesso ministro ha inoltre ordinato il divieto delle manifestazioni pro Palestina su tutto il territorio nazionale, in quanto “generatrici di disordine pubblico”.
I cittadini però si sono detti contrariati da questa decisione e nonostante il clima ostile sono comunque scesi in piazza a manifestare. Nella capitale più di tremila persone si sono riunite lo scorso 12 Ottobre per esprimere la propria solidarietà al popolo palestinese. La polizia è però immediatamente intervenuta: con l’utilizzo di lacrimogeni e idranti ha disperso la folla radunata a Place de la Republique.
Sappiamo a che punto possono arrivare gli scioperi in Francia, soprattutto nella capitale. La grève più che un’azione concreta, è un vero e proprio stato d’animo per i cittadini francesi .
Dagli scioperi per l’innalzamento dell’età pensionabile a quelli contro la brutalità della polizia dopo l’assassinio del giovane Nahel, possiamo affermare che nonostante i suoi mille pregi, il paese più romantico al mondo ha delle forti problematiche sociali che non possono essere ignorate.
Dai titoli fuorvianti delle principali testate giornalistiche (“L’uomo bomba di Bruxelles”), alle dichiarazioni dei politici di estrema destra, la Francia sta assistendo ad una rinascita sempre più marcata del sentimento nazionalista.
Fuori dalle università i manifesti che parlano del conflitto israelo-palestinese vengono stracciati, resi illegibili e vandalizzati. Si tenta di attenuare il conflitto di due comunità che sono state entrambe succubi della supremazia europea: quella araba e quella ebraica.

«In Francia è presente la più grande comunità araba. Al di fuori di tali paesi, loro si oppongono agli atti terroristici che hanno luogo qu.i» afferma André Habib, docente di cinema a Montreal, in Canada, che in questo momento vive a Parigi.
«Il paese è frammentato: dopo gli allarmi terroristici ci resta da riflettere sul conflitto in Medio Oriente. La striscia di Gaza è definita da chi ci vive come “un cimitero a cielo aperto”, con un’altissima densità abitativa» continua il docente.

È la Francia inoltre a creare ulteriori discrepanze tra le comunità. Il popolo arabo viene da sempre discriminato, mentre molti posti influenti sono occupati da generazioni ebraiche. L’autoritarismo francese si scontra con le politiche di integrazione. Queste sembrano non fare effetto né nell’Ile de France, dove è progressiva una marginalizzazione e precarizzazione dei migranti, e neanche nelle città del Sud, principali porti per sbarco di migranti di Algeria e Tunisia, come Marsiglia.
L’incapacità di creare ponti e connessioni inoltre aumenta l’islamofobia e la xenofobia. Veri e propri quartieri-ghetto esistono a Marsiglia, nel quartiere Nord della città, che la rendono una bomba ad orologeria. Nella stazione centrale della città, Gare Saint Charles, decine di clochard vivono accampati a qualsiasi ora del giorno e della notte.
Vivere in centro a Marsiglia è come vivere sul lungomare di Via Partenope con il clima di sicurezza della prima faida di Scampia. I cittadini in più occasioni hanno espresso preoccupazione per lo stato di sicurezza della città. È però altrettanto possibile vedere come siano poi proprio i migranti a svolgere i lavori più umili in assoluto, mal pagati e ai limiti della povertà.
Al Vieux Port di Marsiglia camminano sulla stessa via il turista che vive il sogno della Costa Azzurra e bambini migranti di seconda generazione, scalzi, che urinano all’ingresso della metropolitana. Questi passano le loro giornate accanto alle madri che abusivamente siedono al porto ad intrecciare capelli per poche decine di euro, pronte a scappare in caso di controlli. C’è chi vive bene e chi vive male, sulle spalle proprie o su quelle degli altri. La questione resta sempre la stessa: la Francia è mai stata davvero pronta ad accogliere i popoli che lei stessa aveva privato della loro terra?
Parlano la stessa lingua per colonizzazione, riprendono l’arabo per religione ed orgoglio personale, rivendicano l’identità che gli era stata negata dal colonizzatore. La Francia ha portato avanti una censura identitaria per secoli ai danni di altri popoli, ed ora ritorna con la volontà di cancellare a storia e il presente. Vietato parlare di Hamas.
In sistesi, possiamo affermare che è l’Europa ad aver fallito nei suoi tentativi di integrazione o quest’ultima è effettivamente impossibile quando ad incontrarsi sono due culture così diverse?
La Francia sta forse pagando ora il caro prezzo del suo passato coloniale, che in realtà tutt’oggi porta allo sfruttamento cospicuo delle risorse delle ex colonie?
Il popolo, come sempre, è diviso. Da un lato c’è chi sostiene che l’allarme terrorismo sia un modo per creare maggior vicinanza e sostegno allo Stato di Israele. Dall’altro troviamo coloro che invece sostengono che questa integrazione sia invece una disintegrazione dei valori dell’Unione Europea.
di Valeria Marchese
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