
Il lavoro che svolgo mi porta spesso a confrontarmi con realtà complesse, mi ritrovo faccia a faccia con verità spinose, non sempre piacevoli, che seguono la scia del “è abitudine fare così” e che di conseguenza devi accettare. Quando mi sono affacciata la prima volta al mondo dei “ragazzi speciali”, con difficoltà psico-motorie o con autismo, non ho potuto fare a meno di chiedermi quanto sarà difficile seguirli nel loro percorso di crescita, o ancor di più durante gli anni della scuola. Ho così intervistato Loredana Bruno, docente di sostegno nel settore istruzione da oltre trent’anni, sulle varie esigenze presenti nel sistema scolastico. Tante sono le volte in cui Loredana ha miscelato la sua vita privata con quella professionale, portando alcuni alunni che seguiva a casa sua per fargli sentire il calore di una famiglia.
È proprio del mancato appoggio familiare che abbiamo discusso, ma la mia inchiesta si è soprattutto soffermata sulla possibilità di un docente di affiancare giovani con disabilità, pur non essendo specializzato o formato correttamente. È lei stessa che durante l’intervista mi conferma che queste figure ci sono, con i conseguenti danni che possono causare: «Ci sono tanti insegnanti che non sono specializzati per seguire questa tipologia di ragazzi. Non hanno la capacità relazionale. In questo settore è fondamentale l’aspetto umano che non tutti hanno. Ho visto con i miei occhi docenti che stanno in classe tanto per esserci, il loro scopo principale è quello di prendere lo stipendio a fine mese. In passato mi è capitato di seguire un ragazzino cerebroleso e cieco ad un occhio, a cui mancava l’affetto di una madre e quindi mi toccava spesso i capelli, si appoggiava con la testa sulla spalla e io lo lasciavo fare perché era anche un modo per relazionarmi con lui, comprendevo la sua mancanza. Prese poi il mio posto una docente che per prima cosa gli disse che non voleva essere toccata. Questo mi fece male all’epoca e ancora ora quando ci penso». E allora perché accettare l’incarico? È la domanda che mi sono chiesta in quel momento. Un po’ come se mi avesse letto nel pensiero, Loredana afferma: «Lo fanno perché per alcuni è l’unica possibilità di entrare nel campo della scuola, il titolo del sostegno è preferenziale, a causa del fatto che alcune classi di concorso sono sature». Chiedo a Loredana quale potrebbe essere l’effetto di questi atteggiamenti nei confronti dei ragazzi, e mi risponde subito: «Negativi, perché non danno nulla sotto l’aspetto affettivo. Non parlo solo dell’apporto didattico perché molto spesso non è necessario che gli alunni sappiano quanto è alto il Monte Bianco, ma è fondamentale dare la capacità di poter essere autosufficienti. Io sono stata molto soddisfatta quando una mia alunna era rifiutata dal contesto classe, e con il mio aiuto le ho facilitato l’inserimento e lo sviluppo dei rapporti interpersonali. Quando non hai le competenze questo non accade».
Magicamente tutto quello che la prof. Loredana mi ha raccontato mi si è palesato davanti. Ho infatti avuto modo di confrontarmi con un docente di musica, che per un paio d’anni, aspettando l’assegnazione della cattedra, ha fatto l’insegnante di sostegno. Lui è giovane e da tale ha affrontato periodi di estrema precarietà dopo essersi laureato. Questo giustifica l’accettazione di un ruolo in cui non si è competenti? Ad ognuno il proprio pensiero. Certo è che lo Stato, per come mi spiega Luca (nome di fantasia ndr), dà la possibilità a chi si è laureato in determinate classi di laurea di accedere al sostegno. Questo avviene anche senza aver fatto il TFA – il Tirocinio Formativo Attivo, ossia un corso universitario di specializzazione che prepara il personale docente ad insegnare a studenti con bisogni speciali. «La mia prima esperienza come docente di sostegno mi è “capitata”. Mi spiego meglio: le classi di concorso per la mia materia erano piene, ma il mio titolo di studio permette di ricoprire il ruolo di docente di sostegno. Ho fatto quest’esperienza, ma senza alcun tipo di formazione specifica in merito». È necessaria quindi la formazione, gli chiedo. «Assolutamente sì. Una persona che non è minimamente formata per questo tipo di percorso avrà delle difficoltà. Il docente di sostegno si forma soprattutto sul campo, poiché è lì che riesci ad apprendere le vere modalità per gestire ragazzi più fragili dal punto di vista psico-fisico, ma è pur vero che una base teorica alle spalle aiuta tanto. Le istituzioni non propongono corsi di formazione se non il famoso TFA, però ci sono istituti come il mio all’interno dei quali i colleghi si riuniscono per dei piccoli webinar formativi». Mentre ascolto le sue parole, la domanda che mi sorge spontanea è: non avendo la formazione adatta, gli sarà capitato una situazione che avrà avuto difficoltà a gestire? Luca mi risponde con «sì, l’anno scorso. Affiancavo un ragazzino che ho avuto difficoltà a gestire, ho chiesto aiuto ad altri docenti più esperti e qualificati di me. Mi hanno dato una mano a superare una situazione che io, con la mia preparazione, non riuscivo ad affrontare».
Perché allora accettare l’incarico? La risposta è amaramente semplice: «Perché avevo bisogno di lavorare. C’è tanto precariato ancora in Italia, le cattedre da assegnare sono sempre poche. O accetti il sostegno o stai a casa senza lavoro. Tanti altri colleghi hanno fatto come me. Comunque sia adesso fortunatamente insegno la mia materia a pieno regime».
Come abbiamo già in precedenza sottolineato, bisogna avere la qualifica e il metodo per stare accanto ai ragazzi con disabilità. Non dobbiamo dimenticare che quel bambino che seguiamo è prima di tutto una persona, ma poi è anche un figlio. I genitori spendono la metà del loro tempo per terapie, attività ricreative e non, per migliorare anche solo di poco la vita dei propri figli. Questo è il concetto fondamentale attorno al quale si è concentrata la “preghiera” di Michele, papà di due bambini speciali. Il suo è un vero e proprio grido disperato per far sì che i suoi sforzi e quelli di sua moglie non vadano persi. Loro hanno creato ad Orta di Atella l’associazione “Bambini simpatici e speciali”, per regalare momenti di svago e accoglienza a tutti quei giovani che soffrono di disabilità. Chiedo a Michele se gli è mai capitato di avere a che fare con insegnanti che non erano specializzati per quel ruolo specifico. Mi risponde di «sì, con il mio primogenito. Lo seguivano delle docenti giovanissime che non avevano il titolo per affiancare un ragazzo disabile. Infatti, quasi tutti i giorni all’ora di punta dovevo correre a scuola perché mio figlio, a causa di piccoli atti di bullismo, non voleva rimanere in aula. Non riuscivano a gestirlo perché dicevano che era troppo irrequieto, ma è ovvio che una ragazza di vent’anni senza una vera specializzazione non possiede le competenze per poter stargli affianco».
La conseguenza, come ci spiega Michele, può essere che tutto l’ampio lavoro fatto dai genitori per migliorare le condizioni psichiche e la capacità relazionale di un figlio venga perso. «Dopo anni di sacrifici, un istituto inserisce una figura non prettamente qualificata per quel ruolo specifico e ti distrugge il lavoro di una vita».
Ho avuto modo di parlare anche con la moglie di Michele, che mi ha spiegato l’importanza di formare i docenti di sostegno e di far accedere all’interno degli istituti i terapisti specializzati nelle suddette esigenze del sistema scolastico che accompagnano i giovani alunni nel loro percorso. Ma questo spesso non viene visto di buon occhio dalle docenti: «Quando vengono seguiti “male”, i ragazzi potrebbero sviluppare un rifiuto nei confronti della scuola. L’appoggio della famiglia è fondamentale. Ci sono dei genitori che non accettano i problemi dei figli e, in questo caso, anche loro devono essere aiutati. Con me non l’hanno fatto e, attraverso la nostra associazione, cerco di farlo con gli altri».
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