
Sta spopolando nelle sale italiane il secondo lungometraggio firmato dalla regista francese Coralie Fargeat, The Substance: un body horror che mette al centro la storia di una stella hollywoodiana oramai decaduta, Elizabeth (interpretata da una straordinaria Demi Moore), che nel tentativo di rincorrere una giovinezza oramai perduta assume una sostanza sconosciuta – The Substance, per l’appunto – che dà vita a una versione di sé più giovane, Sue (Margaret Qualley). Proiettato in anteprima al Festival di Cannes, il 19 maggio 2024, è stato distribuito nelle sale cinematografiche italiane da I Wonder Pictures a partire dal 30 ottobre.
Coralie Fargeat, che ha debuttato sul grande schermo con Revenge (2017), si sposta dal tema del rape and revenge verso una narrazione in cui l’orrore sta nella percezione di noi stessi, una paura che si annida nel naturale corso del tempo che porta un corpo a invecchiare. È un horror tutto al femminile, dove gli standard della società patriarcale si mescolano al body horror e in cui la protagonista, Elizabeth, arriva ad annientarsi per spianare la strada a un’altra versione di se stessa, Sue: una versione più giovane, più bella, più alla moda; una versione migliore, convenzionalmente accettata da una società che, specialmente dalle donne, pretende sempre più. Una versione, tuttavia, artificiale e realizzata in laboratorio.
Ma il delicato equilibrio esistente tra Elizabeth e Sue viene distrutto da quest’ultima, intrappolata in un corpo vecchio che non avverte come suo, fino a raggiungere il climax: Sue uccide Elizabeth e nel tentativo di creare una nuova versione del siero il suo corpo, già in deterioramento, si trasforma in quello di una creatura che fonde entrambe le donne, in una versione grottesca di “Elephant Man”.
The Substance non nasconde l’evidente predilezione per un pubblico femminile. Tutto, nella pellicola, parla alle donne: standard irraggiungibili a cui giornalmente ci sottoponiamo, una naturale – che naturale, in ogni caso, non dovrebbe essere – tendenza al compiacimento maschile instaurata dalla società patriarcale, il desiderio di essere sempre nella nostra forma migliore, per quanto artificiale possa essere. La violenza mostrata dalla regista si discosta notevolmente da quella descritta dalla maggioranza dei cineasti uomini che si occupano di horror: nessuna violenza di tipo penetrativo, con armi bianche, gore, trappole sadiche o abusi sessuali, ma un orrore che consuma lentamente la vittima, fisicamente o mentalmente che sia. Con queste premesse, Coralie Fargeat mette in scena un horror innovativo e destinato a diventare un cult, inserendosi già in quella schiera di film body horror che hanno fatto la storia del cinema.
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