
Se un giorno qualcuno vi dirà che non c’è più speranza per il futuro di Napoli, state attenti: o è una persona in cattiva fede, o non conosce il quartiere Sanità. Era additato come il quartiere del degrado e della criminalità, e dito dopo dito gli stavano scavando la fossa, negandogli ogni forma di riscatto. Eppure, è riuscito ad andare oltre, ricordando le sue radici storiche e facendo frutto della solidarietà delle persone che lo vivono. Nuovi e vecchi clan di camorra, guerre infami e “stese” che hanno visto vittime innocenti come Genny Cesarano, ragazzo ucciso a 17 anni.
Se vi chiedete da dove arrivano tante di quelle braccia che danno forza alla criminalità organizzata, guardate ai dati della fame, non solo economica ma anche culturale. A pesare sulla Sanità c’è una fortissima densità abitativa, 32mila anime in 2 chilometri quadrati. Tante anime, tanti giovani: l’insuccesso formativo tocca quota 30%, ogni 100 giovani ci sono 27 neet – ragazzi che non studiano e non lavorano. Il triplo, rispetto ai quartieri napoletani più agiati. La disoccupazione vola alle stelle, in particolare per le donne: 2 madri su 3 sono disoccupate.
Ma la Sanità è anche vita e cultura partenopea. È la casa natale del principe Antonio De Curtis, in arte Totò. Nelle sue viscere ha ospitato lavori di De Filippo, Rossellini e De Sica, che in queste strade hanno trovato l’espressione più vera dell’essere e vivere napoletano. In ogni suo angolo c’è arte.

Vivere è resistenza, e tante associazioni sul territorio la fanno. Lottando, fino a cambiare il quartiere, che nonostante sia ancora tempestato da profonde contraddizioni, riesce ora a far valere quel buono che c’è sempre stato. Sono più di 30 gli enti che operano sul territorio: tra questi c’è La Tenda, centro attivo sin dagli anni ’70. A raccontarcene la storia Nicola Romano, una delle colonne portanti di questa realtà. «Prima qui c’era un monastero costruito sulle catacombe di San Gaudioso, adibito poi ad ospedale – il San Camillo – anch’esso smantellato.
Con il terremoto dell’80 un gruppo di volontari si impegnò per l’emergenza sisma, continuando poi con questo centro che inizialmente accoglieva tossicodipendenti. Ora non ci occupiamo più di quell’emergenza, ma della questione dei senzatetto. Abbiamo iniziato nel 2006, con un grande concerto di Eduardo De Crescenzo che sponsorizzò la nascita di questo nuovo servizio». Tutto parte da uno sportello al binario 1 della stazione di Napoli. Lì un operatore indirizza i senzatetto verso uno dei centri disponibili. «A Napoli sostanzialmente ci sono tre centri per senzatetto: il dormitorio pubblico, La Palma, e noi» spiega Nicola. Pochi per tutti, contando che a Napoli vivono più di 2mila persone senza fissa dimora. «I posti a La Tenda sono circa 120: cinquanta sono supportati dal Comune di Napoli, agli altri 70 ci pensa il Centro».

Entrano in struttura per un tempo limitato per evitare sovraffollamento, e soprattutto per permettere di dare una mano a tutti. Attorno a questa realtà girano centinaia di volontari per il solo servizio di cucina, oltre ai servizi medici che vedono volontari infermieri della Croce Rossa, farmacisti, medici e dottori. Infatti, c’è anche un ambulatorio che aiuta i senzatetto nelle cure. Sono supportati nel decorso ospedaliero: normalmente, chi è senza fissa dimora e soffre malattie gravi è destinato a morire. Così, invece, c’è la possibilità di curarsi e perfino mantenere una cartella clinica gestita in archivio, che in altri casi sarebbe andata persa.
«Qui ci sono i più poveri tra i poveri: non è solo una povertà economica, ma è interiore. La strada incide strutturalmente sulla persona. Qui abbiamo dei giardini, quando diventano incolti e li ripuliamo troviamo di tutto. Uno non sa dove mettere le cose, non ha spazi personali. A livello interiore si perdono pezzi di sé, fino a diventare matti, alcolizzati, dipendenti da sostanze. Qui arrivano gli indesiderati, le persone più difficili».
Nel Quartiere Sanità, la Tenda non è impegnata solo nell’emergenza senzatetto, ma risponde anche alla questione scolastica e giovanile. «Con l’educativa territoriale – ci spiega la mamma del progetto, Titti De Marco – aiutiamo bambini e ragazzi del quartiere nel percorso formativo. Ci sono anche sportelli per le famiglie che ci permettono di offrire servizi di assistenza, lì dove mancano». L’abbiamo visto con i nostri occhi: dopo le stanze degli uffici e i lunghi corridoi del dormitorio, proprio dopo il cortile c’è quella che è a tutti gli effetti una piccola scuola, con tanto di palestra e cucina. In quest’altro microcosmo del Centro, i volontari mancano: servirebbero più educatori, al momento ce n’è uno ogni 8 ragazzi» ci spiega Titti.
Tra zaini e quaderni vediamo disegni, murales, perfino presepi. «Arrivano nelle tesine di terza media come progetto extracurricolare, i ragazzi praticano la manualità e producono qualcosa di bello, che poi mettiamo in vendita per sostenerci». Non solo a Natale, ci sono presepi per tutte le stagioni, tutti bellissimi perché fatti col cuore.
La solidarietà qui si impara da piccoli. «Vogliamo che i bambini guardino con sguardo amorevole i senza fissa dimora» dice Titti. È anche un modo per combattere la discriminazione. Un esempio concreto: «Nei periodi di emergenza freddo, i bambini preparano tè caldo e dalle finestre del cortile lo passano ai senzatetto: è un equilibrio che ci ha permesso di aiutarci nel quartiere» racconta Titti. La struttura si affaccia sull’ascensore della Sanità, che da pochi anni ha un murales diventato subito iconico. È nato proprio qui, dalla grande creatività dei ragazzi del Centro.

Dopotutto, bastava che qualcuno credesse in loro: quello che molti “grandi” non capiscono. «Abbiamo scelto chi l’avrebbe dipinto, e quello che c’è ora ci piaceva più di tutti» spiegano, mentre ci accompagnano in quella che vivono come una seconda casa: «Il disegno rappresenta quella che era la nostra idea, in fondo è quello che facciamo qui, è quello che siamo. L’abbiamo chiamato: Tieneme ca te tengo».
Di Ciro Giso
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