
Nell’ultimo numero di Informare, i lettori hanno potuto approfondire le parole utilizzate da Oreste Spagnuolo, killer del clan dei casalesi, in riferimento a Tommaso Morlando. Tommaso è il presidente dell’Associazione Centro Studi Officina Volturno e fondatore di Magazine Informare.
Proprio in questi ultimi mesi, Tommaso ha annunciato di lasciare la direzione del giornale per dedicarsi completamente alla mission associativa. Una scelta a cui ha fatto seguito la notizia inedita delle parole pronunciate da Spagnuolo durante una testimonianza ascoltata dalla giornalista Marilù Musto.
Visti i recenti sviluppi, abbiamo intervistato Tommaso per comprendere meglio questo suo “ritorno alle origini“, soprattutto in virtù delle recenti rivelazioni.

Tommaso, partiamo dalla notizia data nei mesi scorsi: lasci la direzione di Informare. Perché adesso?
«In molti me l’hanno chiesto. Non è una rottura né una fuga dalle polemiche. È la scelta di “ripartire dal basso: dall’azione associazionistica partecipata. È, appunto, un ritorno alle origini».
In questi mesi ti sei anche fermato per motivi di salute. Quanto ha pesato?
«Molto. Ho affrontato due interventi importanti, al colon e al polmone: entrambi tumori maligni. Sto ancora recuperando. Ma la serenità non mi manca: so di aver lottato per ciò in cui credo e di aver visto crescere una realtà che ha formato decine di giovani giornalisti liberi e indipendenti».
C’è un episodio che ti ha segnato e che abbiamo raccontato nel passato numero. Come stai metabolizzando quella notizia?
«Sì. Solo di recente, dalla collega Marilù Musto, ho saputo che in aula un collaboratore di giustizia del clan Setola, il killer Oreste Spagnuolo, disse che Informare era un “nemico” e che io andavo “eliminato”. All’inizio sono rimasto turbato, soprattutto per l’omertà intorno a quella verità. Paradossalmente, però, da lì ho tratto nuova forza».
Ti avvisarono delle dichiarazioni?
«No. Non sono mai stato informato».
Perché il clan voleva colpirti?
«Le ipotesi sono più d’una. Una riguarda quella prima pagina di Informare con la foto di Mimmo Noviello, ucciso dal clan Setola, e l’adesivo “non pagare il pizzo”. Qualcuno la definì “sfida”. No: eravamo consapevoli del rischio, ma tacere, per un giornale locale, sarebbe stato morire dentro. Era un atto dovuto».
Qual è la seconda ipotesi?
«Da assessore all’Ecologia e Ambiente mi opposi al pagamento di 16 milioni di euro, richiesti dalla Flora Ambiente s.r.l. di Elisa Flora Orsi, dopo la risoluzione del contratto. Nominai un tecnico di parte e si scese a 6 milioni. Nemmeno su quella cifra ero d’accordo: doveva decidere un tribunale, che aveva già accolto la nostra richiesta. Poi intervennero fatti esterni, come l’omicidio di Michele Orsi, e la storia è finita in magistratura. Mi dimisi e non seppi più nulla: non so neanche se i € 4.250.000, concordati con Orsi dal sindaco Nuzzo con determina prot. 12430 del 29.03.2007, siano mai stati pagati. E, nonostante fossi l’assessore di riferimento dell’intera procedura, non sono stato mai ascoltato dall’autorità giudiziaria».
Ti sei sentito lasciato solo da parte delle istituzioni?
«Oggettivamente sì. Spesso ho dovuto difendermi dalla macchina del fango messa in moto dai nemici del giornale. L’avevo messo in conto, ma ci ho sofferto.»
Arriviamo ad oggi: Informare è diventata una realtà con numerosi giovani. Cosa cambia, concretamente?
«Una struttura così richiede presenza costante, organizzazione e rappresentanza. Oggi, per ragioni fisiche, non posso garantirle. Per questo affido ogni responsabilità operativa al direttore Antonio Casaccio, e a tutto lo staff. Avete la mia piena fiducia e il mio sostegno, che continuerà in forme diverse, ma con la stessa convinzione di sempre.»
E tu, dove torni?
«Là dove è iniziato tutto: tra i ragazzi. Non solo quelli che sognano il giornalismo, ma quelli che cercano un luogo d’accoglienza, libero e umano, dove incontrarsi, crescere e confrontarsi.»
Chiudiamo così come abbiamo aperto: è un addio?
«No. “Questo non è un addio. È un ritorno alle origini”. All’idea semplice e potente che nel 2002 ci spinse a creare uno spazio senza etichette né barriere, aperto a tutti. Oggi come allora, dobbiamo ripartire dal basso, dai giovani, dal sociale. Spero di avere la forza. E mi auguro che altri vogliano darmi una mano.»
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