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Magazine di promozione culturale, periodico mensile gratuito, che nasce nel 2002 a Castel Volturno, fondato da Tommaso Morlando, in concomitanza con una forte attività associazionistica praticata dal Centro Studi Officina Volturno sul territorio, in termini di salvaguardia ambientale e testimonianza contro la criminalità organizzata.

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Tony La Piccirella: l'attivismo durante un genocidio

Tonia Scarano
Tonia ScaranoRedazione Informare
7 novembre 20258 min di lettura

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Tony La Piccirella: l'attivismo durante un genocidio

Indice (5)

  • 1Da Bari al mondo: “vivere la comunità” è il messaggio di Tony La Piccirella
  • 2Dalla giustizia climatica alla Flotilla
  • 3La vita prima della flotilla e le considerazioni sull’attivismo
  • 4La complicità del governo italiano e la necessità di reinventare un nuovo modello economico
  • 5 La resistenza palestinese come ispirazione

Tony La Piccirella è un attivista per i diritti umani e per il clima. È nato a Bari e, a un certo punto, come tanti giovani italiani, ha lasciato la sua città. Ciò che lo ha accompagnato e guidato nei suoi spostamenti globali è stato il diritto di movimento di ogni libero cittadino e l’incontro comunitario con le popolazioni del mondo. Recentemente ha navigato con la Global Sumud Flotilla, la missione atta a costruire un corridoio permanente di aiuti umanitari per la popolazione palestinese a Gaza, intercettata dall’esercito israeliano in acque internazionali. Dal rientro di Tony in Italia dopo la detenzione nel carcere di Ketziot, il fermento nazionale vuole stringergli la mano, dirgli grazie. Farsi raccontare e cercare nei suoi occhi, probabilmente, la certezza che insieme si continuerà a lottare per la libertà e la dignità di ogni popolo.

«Quello che è successo quest’estate è stato potente», racconta in merito alla Flotilla e alle mobilitazioni cittadine che ne hanno accompagnato la rotta. «Perché è stata un’azione riconoscibile, semplice, in cui tutti si sono potuti identificare. Che ha trasmesso qualcosa di emotivo e forse ha sollevato un po’ da questa sensazione di impotenza generalizzata rispetto a quello che sta succedendo a Gaza. Siamo abituati a un certo modello di vita dove non c’è più tanto spazio d’azione. Quindi bisogna ripensare a delle azioni che riempiano quei momenti in cui non c’è una mobilitazione gigante come quella della Flotilla. E i momenti di risacca, diciamo, sono anche momenti di ricostruzione delle piccole comunità, cosa di cui abbiamo bisogno».

Da Bari al mondo: “vivere la comunità” è il messaggio di Tony La Piccirella

«A Bari ho unito al mio bisogno di socialità anche la lotta per gli spazi, sia pubblici che abitativi, sia a uso culturale e sociale, sia abitativo. La mia città subisce da tempo il processo di gentrificazione. Anche il verde urbano non esiste, è una delle città più cementificate d’Italia, forse d’Europa. In più, è un luogo di snodo, ha accolto infatti un sacco di persone dall’Albania negli anni 90. Negli ultimi 10 anni sono arrivate tante persone dal mondo arabo, dal sud, dal Mediterraneo, c’è quindi un’emergenza abitativa. Ciò ha portato al picco di questi movimenti, con l’occupazione di una caserma militare nel centro della città, un’area soggetta a speculazione edilizia e cementificazione. Tramite la nostra mobilitazione è diventata sia parco, sia un polo universitario. Insomma, è stato reso un posto migliore da associazioni, movimenti e collettivi.

Quando ho lasciato la mia città sono andato prima a Berlino, per lavoro e perché facevo parte del Berlin Migrant Strikers. È un gruppo che si occupava di immigrazione interna ed esterna, di welfare e di lavoro. Da lì sono andato in America, a nord, al centro e a sud, per lavorare e per conoscere e imparare da altre culture di popolazioni native. Sono, inoltre, legato all’ambiente dei free party e, nei primi anni, (circa nel 2014) con dei gruppi di persone soprattutto nel sud America, organizzavamo feste pubbliche in giro per il sud e lasciavamo il ricavato a popolazioni native, soprattutto in Colombia. Prima del covid mi stavo avvicinando all’ambiente del social rescue, ma durante la pandemia molte imbarcazioni sono state sequestrate e io sono rimasto in America, facevo il copywriter da remoto. Dopodiché sono tornato dal Messico con una traversata in barca a vela e da lì mi sono avvicinato a Louis Michelle».

Dalla giustizia climatica alla Flotilla

Influenzato dalle esperienze internazionali, si è interessato innanzitutto al tema della giustizia climatica: «Ho partecipato nel 2023 al Work Congress of Climate Justice a Milano, che ho aiutato a organizzare dal punto di vista più internazionale. Ho partecipato, in qualche modo, anche al G7 in Puglia nel 2024, portando argomenti e connessioni internazionali e, dopo quell’estate, l’anno scorso, sono stato contattato dalla Freedom Flotilla, quindi sono andato a Malta.

Saremmo dovuti partire per l’ultima tratta Malta-Gaza, ma si è fermato tutto per ragioni tecniche e politiche e quest’estate li ho aiutati nell’organizzazione sia con la Conscience, che con la Madleen, perché ero l’unico italiano del gruppo centrale. Fino alla Handala, dove mi sono imbarcato insieme ad Antonio Mazzeo. Quando siamo tornati dalla prima missione, l’Italia era un po’ più sensibile sul tema, forse anche per la nostra partecipazione. Al ritorno ci siamo messi subito a organizzare la Global, perché servivano più persone possibili con esperienza, data la mole della missione. E così mi sono ritrovato nel cerchio principale organizzativo».

Immagine articolo

La vita prima della flotilla e le considerazioni sull’attivismo

«Nessuno mi chiede mai che cosa facevo prima della Flotilla. Quando ho lasciato Bari, una città del sud che non offre tantissime possibilità, sono diventato un migrante e ho girato tantissimo. Ho fatto soprattutto lavori stagionali, e soprattutto in Sud America insieme ad altre persone migranti, ho vissuto le comunità locali e attraversato un sacco di spazi di lotta diversi» Questa è una delle prime considerazioni che l’attivista fa in merito alle nuove modalità con cui nascono i movimenti. «Un dato che noto è che molte di quelle persone che ritrovo, per esempio, nelle flottillas o nei movimenti di giustizia climatica europea, a parte gli accademici e altre persone che ti aspetti siano già lì, sono proprio quelle persone che hanno attraversato in maniera esistenziale sia il problema di vivere a sud, sia di ripensarsi in continuazione, essendo emigranti».

Un’altra riflessione riguarda invece la neurodivergenza: «Non vorrei aggiungere troppi layers, ma anche la neurodivergenza è molto presente. Non soltanto nelle flottiglie, è presente in tutti i movimenti. Negli spazi di lotta, molte delle persone che si battono di più e che sono più coinvolte anche emotivamente sono persone che a livello mentale, in altri contesti, vengono penalizzate per dei preconcetti sociali non ancora superati».

La complicità del governo italiano e la necessità di reinventare un nuovo modello economico

Spesso, ultimamente, si è denunciata la complicità del governo italiano con quello israeliano, complicità che si esplicita soprattutto nei rapporti economici. Così l’attivista interviene sul tema: «Attualmente, a parte le relazioni commerciali tra Israele e Italia, c’è uno scambio di armi e tecnologie di sorveglianza e di interessi relativi al gas. I due fulcri individuati dai vari movimenti sono Leonardo ed Eni, interessata al pozzo di gas di fronte alle coste di Gaza, mentre Leonardo è interessato alla vendita di tecnologie, soprattutto di droni. Israele vive economicamente di Europa e Stati Uniti, quindi è come se fosse un’emanazione del nostro modello economico e dei nostri interessi economici. Non è complicità: è nostro interesse essere lì, è corresponsabilità.

Meloni dovrebbe rendersi conto, come si è reso conto il popolo italiano, che questo modello economico è un modello che per forza di cose termina in genocidio e colonizzazione. Prima di tutto, dovrebbe tagliare i ponti con Israele e reinventarsi un altro modo di fare soldi. Ricordiamo che tutte queste manovre economiche puntano anche alla ricostruzione di Gaza, che per l’Italia è un interesse fondamentale. Il capitalismo, quando va in crisi, ha due chance: o si riprogetta tramite il welfare, redistribuisce il denaro dall’alto verso il basso; oppure, la scelta più di moda: inizia una guerra imperialista ed estrae ricchezza da altri posti, uccidendo.

Oggi sta succedendo questo, solo che viene visto in maniera più “colorata”. Abbiamo i social e una serie distrazioni che non ci consentono di reagire come reagimmo anni fa di fronte, ad esempio, ai coloni del ventennio fascista in Etiopia».

La resistenza palestinese come ispirazione

Un altro elemento di discussione è la necessità di mantenere viva l’attenzione sull’oppressione del popolo palestinese. «Concentrarsi sull’azione, anche fossero piccole azioni quotidiane. Cose che normalmente non si farebbero, perché si pensano inutili. Progettare le relazioni, le comunità, i quartieri attorno ad azioni che possano avere come direzione la liberazione della Palestina. Una direzione che include un sacco di altre cose, perché si parla di violazione dei diritti, una questione di cui la Palestina è la rappresentazione più cruda, dove l’occhio bianco non arriva. Parlare di quello che succede se si lascia l’economia, il capitalismo e gli eserciti liberi di fare quello che vogliono».

«Infine, che si parli sempre di Palestina, che si usi come ispirazione, perché questo è il più grande regalo che ci fa la resistenza palestinese. Tramite la resistenza ci stiamo chiarendo tante cose che qui, magari, sono più sottili, lì no».

Tags
  • #Gaza
  • #Global Sumud Flotilla
  • #palestina
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