
Le fake news attanagliano la nostra Italia. L’ultimo messaggio lanciato dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella per i venti anni di Sky può aprire a diversi spunti di riflessione, tutti ascrivibili ad un annoso dilemma: come contrastare la disinformazione?
«Si avverte sempre più, anche in presenza di notizie distorte, false, non controllate, che si diffondono nei social media, la necessità di una informazione che sia professionale, corretta, trasparente».
Il Capo dello Stato fa luce su un’esigenza tangibile per la popolazione mondiale, ma soprattutto italiana, dato che il nostro è il paese in cui, secondo gli ultimi dati di Meta, si fa più disinformazione. La piattaforma social ha rimosso più di 45mila contenuti da Facebook e quasi 2mila da Instagram nel primo semestre del 2023.
Come filtrare, dunque, l’informazione, diminuendo la possibilità per gli utenti di incontrare fake news e notizie più o meno volutamente distorte e fuorvianti? E, in secondo luogo, come fare in modo che il tanto ambito controllo non superi il sottile confine che lo farebbe sfociare in censura e limitazione della libertà di espressione?
È chiaro che le fake news hanno diverse origini e diverse finalità: la notizia può essere involontariamente trasmessa con caratteri non attinenti alla realtà, per mancanza di fonti attendibili, ma può essere anche consapevolmente fatta circolare per secondi fini (manipolazione dell’opinione pubblica, call to action per monetizzare…). Per non parlare, poi, del fatto che tali notizie circolino in mezzi di comunicazione molto diversi tra loro: dal classico pour parler alla nuova frontiera dei social media, il “viaggio” di una “bufala” è in quest’epoca molto agevolato.
Dunque, individuare un’unica linea d’azione per contrastare le fake news è davvero complicato. Certo, in primis, risulta utile sensibilizzare i fruitori delle notizie, gli utenti, gli ascoltatori, i lettori, che non possono (più?) e non devono demandare l’attività di verifica esclusivamente a chi trasmette la notizia. Colui che riceve l’informazione è chiamato ad avere un atteggiamento attivo, vigile, pronto a mettere in dubbio ciò che gli viene trasmesso, e pronto a verificarne consistenza e veridicità.
Inoltre, soprattutto nell’era dei social che danno voce a tutti, mescolando e rendendo ibridi i ruoli di attivo e passivo nell’informazione, gli utenti che all’occorrenza diventano anche coloro che trasmettono le informazioni, devono rispettare un tacito patto di lealtà e onestà, sentendo la responsabilità di quello che si comunica attraverso le proprie bacheche elettroniche.
Da questo punto di vista, fa scuola il metodo finlandese. Sin dal secondo Dopoguerra, il paese scandinavo ha lanciato un programma di educazione ai media nelle scuole, con l’obiettivo di insegnare agli studenti come approcciarsi alle notizie lette sui giornali o ascoltate alla radio. Oggi, mentre in Italia la fiducia nel giornalismo si attesta – secondo i dati di Reuters – al 35%, il popolo finlandese dà responso positivo nel 70% dei casi. Educazione a monte, dunque, anziché repressione a valle, sembra essere una strada giusta da intraprendere.
Concettualmente ciò che è stato detto finora è immensamente necessario, ma praticamente non risulta sufficiente, altrimenti non saremmo qui a parlarne. La ricezione attiva delle informazioni e la responsabilità nel trasmettere contenuti, purtroppo, non sono i fiori all’occhiello del mondo del terzo millennio e, probabilmente, in maniera assoluta, non lo sono mai stati.
Ecco allora che la stessa opinione pubblica che soffre la presenza della disinformazione e le stesse istituzioni che ne sono a volte vittime, a volte complici, a volte – addirittura – carnefici, gridano, ad intervalli regolari, all’esigenza di un controllo, di un filtro, di un ente verificatore che dia al fruitore finale un’informazione più “vera”.
Benissimo! Tutto giusto. Ma in che modo si può controllare l’informazione in maniera “sana”? Esiste un modo univoco per purificare la comunicazione? Chi decide cosa è vero e cosa non è vero? Chi ne stabilisce l’assoluta oggettività? E chi garantisce ai fruitori l’essere super partes degli eventuali controllori?
D’altronde nelle mere definizioni, quanto si discosta ciò che stiamo illustrando dalla censura?
È chiara ed evidente la differenza di fini e di mezzi, ci mancherebbe altro, ma se ci spostiamo dalla parte dei regimi e delle potenze che nei secoli hanno operato la manipolazione dell’informazione, come avrebbero definito la loro azione? Sicuramente come volta a preservare la verità, la realtà dei fatti, sconfiggendo complottismi e faziosità.
Ecco allora il corto circuito: a chi dovrebbe essere affidato il controllo dell’informazione? Alle private Big Tech? Ai governi nazionali? Sarebbero in grado le une o gli altri di essere totalmente imparziali e di non farsi ingolosire dalla possibilità di spostare a proprio favore l’opinione pubblica (ancor di più di quello che già fanno)?
Ben venga, dunque, l’attenzione al rispetto alla veridicità dei contenuti diffusi da parte di istituzioni statali e sovranazionali, così come gli accordi con i grandi operatori della Rete e le leggi e gli interventi delle autorità interne di regolazione. Restiamo vigili, però, per evitare di soffocare il dibattito, per evitare di etichettare le opinioni quando esse sono documentate, rispettabili, ma non in linea con il pensiero comune.
Esempio lampante l’ambito medico-scientifico: bene togliere la voce a ciarlatani e santoni, ma non bisogna dimenticare che rispettabili e documentati esponenti potrebbero avere opinioni diverse da quelle più “in voga”. Come si può soffocare il dibattito scientifico e il pluralismo delle opinioni in nome di un dogmatismo che non appartiene al metodo scientifico?
Questa riflessione non dà risposte né suggerimenti su come eliminare la disinformazione nel mondo, né tantomeno su come esercitare un sano controllo sull’informazione, ma evidenzia quanto il tema sia molto meno banale e scontato di quel che sembra, proprio perché tocca il cuore della democrazia, ovvero la libertà di espressione del pensiero. L’inesistenza di fake news non sarebbe certificato di informazione pura, ma forse spia di allarme che denoterebbe il possesso della verità nelle mani di pochi.
No all’allarmismo, dunque, che, seppur animato da nobili fini, rischierebbe di consegnare l’informazione nelle mani di pochi.
No all’esclusivo approccio tecnologico di algoritmi per il fact checking, né a quello concretamente umano, perché forieri di un alto tasso di corruttibilità.
Sì all’educazione di chi si informa, all’offerta di strumenti in grado di rendere preparato chi fruisce delle notizie alla lotta contro ciò che è falso.
Percorrendo questa strada, illuminano le parole della Corte Suprema Statunitense nel caso United States vs. Alvarez del 2012. Nel dichiarare contraria al Primo Emendamento una legge che puniva chi affermasse falsamente di aver conseguito una decorazione, affermava: “il rimedio contro le dichiarazioni false sono le dichiarazioni vere. All’irrazionale si risponde con il razionale, al disinformato con l’illuminato, alla palese menzogna con la semplice verità. La teoria che sta alla base della nostra Costituzione è che il miglior test di verità è la capacità del pensiero di farsi accettare nella competizione del libero mercato [del pensiero] e qualsiasi soppressione della libertà di parola da parte del Governo rende l’esposizione delle falsità non più facile, ma più difficile!”.
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