
Chi, fra tutti coloro che ogni anno realizzano un presepe, conosce la leggenda di Santo Stefano che si trasformò da pietra in bambino nel cuore della notte di Natale? Oppure quella dell’infelice fanciulla condannata a vagare senza requie nei pressi di un ponte, reggendo la testa mozzata dell’amato? E ancora, chi sa che le statuette dei Re Magi sui loro destrieri bianco, rosso e nero simboleggiano l’iter del sole dall’aurora alla sera, e che nei presepi più antichi trovava spazio una figura femminile, la cosiddetta Re Màgia, a rappresentare la luna?
La risposta a queste domande si ritrova ne Il presepe popolare napoletano, volume oggi riproposto da Einaudi e firmato da Roberto De Simone. Un libro che conduce il lettore in un viaggio a più voci, scavando nelle radici della tradizione, delle leggende popolari, dei sogni e dei rituali. Il tutto accompagnato da 90 immagini tratte da un’antica smorfia settecentesca, risalente alle origini precristiane del Natale. Una lettura che mette in luce anche il carattere notturno e infero del presepe, soffermandosi sui suoi aspetti più controversi e simbolici. Racconti che, del resto, vengono ancora oggi tramandati da chi mantiene viva la tradizione del Natale e del presepe.
“Mi chiamo Iannaccone Umberto, ho quarantasei anni, sono nato a Napoli il 17/12/1952. Come prima attività sono metalmeccanico. Poi, come secondo lavoro, faccio l’artigiano dei presepi”. Sono le parole pronunciate da Roberto De Simone in un’intervista del 1998. Non a caso, De Simone ha attraversato per decenni il patrimonio culturale del Sud armato degli strumenti dell’inchiesta sociale e dell’antropologia. Nel suo libro il lettore entra direttamente nel laboratorio della ricerca: uno spazio di ascolto, raccolta di voci, memorie e rituali. Qui De Simone avanza come un artigiano della tradizione, talvolta affiancato da figure come Annabella Rossi o da giovani studiosi come Annibale Ruccello. Il presepe diventa così molto più di un oggetto devozionale: una chiave per leggere l’immaginario popolare napoletano e le sue stratificazioni più profonde.
Il metalmeccanico racconta poi di aver trasformato l’intera bottega di via Anticaglia in un presepe a grandezza quasi reale, seguendo un’iconografia rigorosa, interrotta però da una presenza spiazzante: accanto alla Natività compare Che Guevara. “Ogni epoca ha avuto il suo Cristo… Che Guevara è morto per il popolo”, spiega. Un gesto che segnala la vitalità e l’audacia della tradizione. Alla soglia del nuovo millennio, quando il libro uscì per la prima volta, le bancarelle di San Gregorio Armeno non erano ancora invase da celebrità o personaggi dello spettacolo. Il presepe davvero popolare, lontano dal modello settecentesco per collezionisti, conservava allora una coerenza simbolica oggi in parte attenuata, sommersa dal trionfo del consumismo.
Alle origini, la nascita del presepe fu segnata da influssi pagani legati alle feste di fine anno. Il presepe napoletano si distanzia così da quello francescano ed esprime un mondo in cui la comunicazione con le forze infernali è sempre possibile. Un microcosmo composito, dove il diavolo e gli inferi sono costantemente in agguato, come suggerisce anche la struttura conica dell’inferno, simbolo di una discesa misterica.
A evocare la morte non sono soltanto le figure apertamente legate all’aldilà, ma anche personaggi in apparenza operosi. Su tutti incombe la schiera delle anime del Purgatorio, le celebri anime pezzentelle che popolano gli ipogei della città, come il cimitero delle Fontanelle. Questa folla silenziosa rimanda a un tempo arcaico, quando il solstizio d’inverno segnava l’ingresso nella stagione più oscura dell’anno. È a quel passaggio che si legano le origini profonde del Natale: già nelle culture pagane, le feste di fine anno avevano una funzione propiziatoria, nate per arginare l’angoscia di una natura che sembrava avviarsi verso la morte.
Accanto all’angoscia, il Natale popolare coltiva la speranza della rinascita: riti propiziatori, allusioni apotropaiche ed erotismo giocoso, che affiora soprattutto nella tombola, in particolare in quella dei femminielli documentata nel 1973 ai Quartieri Spagnoli. È anche per questo che la ripubblicazione Einaudi del saggio di De Simone appare oggi necessaria: un testo colto e ironico, capace di svelare i misteri del presepe e di restituirne l’incanto millenario, come nella figura di Benino, il pastore dormiente che, nel silenzio della meraviglia, invita ancora all’ascolto.
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