
Il nuovo Pne – acronimo di Programma nazionale esiti 2025 – stilato da Agenas è come se accendesse le luci in una stanza che si preferiva tenere in penombra. Ma quest’anno, in Campania, l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari proietta una luce che sembra abbagliante: mostra limiti antichi, criticità rimaste irrisolte e la sensazione diffusa che la promessa di un sistema sanitario equo sia ancora lontana. È da qui che parte il viaggio attraverso dati, storie e responsabilità.
Sono infatti 51 gli ospedali della regione che rilevano un livello decisamente “basso” di aderenza agli standard di qualità almeno su un indicatore negli ultimi anni. Il dato più alto, e quindi peggiore, dell’intero Paese – segue soltanto la Sicilia con 43 strutture. Insomma, un sistema sanitario che mostra significativi segnali di evoluzione, ma che rimane ancora ferito da profonde fratture geografiche: non a caso, infatti, la migliore regione italiana risulta essere la Valle D’Aosta. Un gap tra Nord e Sud evidente, che emerge chiaramente nelle chirurgie oncologiche più complesse – come quelle per il tumore al pancreas – nella rapidità degli interventi d’urgenza e nella qualità dell’assistenza materno-infantile – come gli ancora troppi parti cesarei al Sud.
Quest’anno, sono stati ben 218 gli indicatori utilizzati. In particolare, se ne evidenziano 189 relativi all’assistenza ospedaliera: 67 di esito-processo, 101 di volume, 21 di ospedalizzazione e 29 relativi all’assistenza territoriale – quest’ultima valutata indirettamente a proposito dell’ospedalizzazione evitabile (14 indicatori), esiti a lungo termine (11) e accessi impropri in Pronto Soccorso (4).
Nel dettaglio, sono 15 gli ospedali, valutati su almeno 6 aree, che hanno raggiunto nel 2024 un livello alto o molto alto. Tuttavia, è opportuno precisare che non si tratta di una classifica e l’ordine delle strutture è casuale. Vediamoli nel dettaglio:
Ospedale Bolognini – Lombardia, 6 aree valutate;
Ospedale di Montebelluna – Veneto, 6 aree;
Ospedale Bentivoglio – Emilia Romagna, 6 aree;
Ospedale di Città di Castello – Umbria, 6 aree;
Ospedale Maggiore di Lodi – Lombardia, 7 aree;
Fondazione Poliambulanza – Lombardia, 7 aree;
Ospedale Papa Giovanni XXIII – Lombardia, 7 aree;
Ist. Clin. Humanitas Lombardia, 7 aree;
Ospedale di Cittadella – Veneto, 7 aree;
Ospedale Fidenza – Emilia Romagna, 7 aree;
P.O. Lotti Stabilimento di Pontedera- Toscana, 7 aree;
Stabil. Umberto I – GM Lancisi – Marche, 7 aree;
AOU Federico II di Napoli – Campania, 7 aree;
Ospedale di Savigliano – Piemonte, 8 aree;
Ospedale di Mestre – Veneto, 8 aree.
Tuttavia, nel rapporto si distingue una struttura campana in particolare: l’Azienda ospedaliera universitaria Federico II di Napoli – l’unica eccellenza riconosciuta dell’intero Meridione – posizionandosi ad un livello piuttosto elevato in almeno sei aree cliniche. Esaminando nel dettaglio i singoli ambiti, emergono eccellenze ben definite: tra queste, la Casa di cura Montevergine di Avellino si distingue per le performance nel settore cardiocircolatorio. Invece, l’ospedale San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona di Salerno primeggia nell’area delle patologie del sistema nervoso. Per quanto riguarda la chirurgia oncologica – valutata attraverso 7 indicatori – raggiungono livelli particolarmente elevati l’Istituto nazionale tumori di Napoli e la Fondazione Evangelica Betania, quest’ultima unica struttura campana a ottenere la valutazione più alta anche per gravidanza e parto.
Nel campo osteomuscolare, infine, spiccano dieci realtà regionali, tra cui la stessa Fondazione Betania nel capoluogo regionale, e varie altre strutture situate nella provincia di Caserta. Si sottolineano, in particolare, la Casa di cura Pineta Grande di Castel Volturno, la Villa del Sole nello stesso capoluogo della Terra di Lavoro, e la Clinica San Michele di Maddaloni – valutate sulla base di 5 indicatori.
Tuttavia, a incidere maggiormente è l’ampio numero di strutture che non hanno superato la fase di valutazione. Del resto, i 51 ospedali inseriti nella fascia “rossa” presentano gravi lacune nel rispetto degli standard di processo o di esito. In particolare, a distinguersi tra i “bocciati” nel Napoletano è l’Ospedale San Leonardo di Castellammare di Stabia, che è finito nella lista dei peggiori per la mortalità a 30 giorni dopo l’ictus. Nella stessa lista negativa figurano anche il Santa Maria delle Grazie di Pozzuoli e, per l’infarto acuto, l’ospedale dei Pellegrini di Napoli.
Ma non è tutto: tra questi audit negativi – rilevati al termine di un’intensa verifica dell’esattezza dei dati del bilancio delle procedure delle strutture ospedaliere – 15 sono in provincia di Caserta.
Tra le aree critiche primeggia quella della gravidanza e parto con indice “rosso” alla Casa di Cura San Paolo di Aversa (due audit); a Villa del Sole a Caserta (due audit); alla Casa di Cura Villa Fiorita di Capua; all’ospedale Sant’Anna e San Sebastiano di Caserta; alla Clinica Pineta Grande di Castel Volturno (due audit); alla clinica San Michele di Maddaloni; al presidio ospedaliero di Marcianise (due audit). Le criticità rilevate riguardano sia per le episiotomie nei parti vaginali sia la proporzione di parti vaginali in donne con pregresso cesareo.
Tra le altre aree di “allerta” figurano gli ospedali di Caserta e Maddaloni per le malattie respiratorie, con un riacutizzarsi delle patologie e per la mortalità a 30 giorni; gli ospedali di Piedimonte Matese e Sessa Aurunca, invece, presentano gravi carenze nella lotta contro le malattie del sistema cardiocircolatorio. Un quadro piuttosto preoccupante, che punta i riflettori proprio sulla grande difficoltà che persiste ancora nell’ambito della corretta codifica delle variabili cliniche e delle informazioni su data e ora degli interventi.
Il nuovo PNE non è soltanto un documento tecnico: è uno specchio che obbliga la Campania – e in particolare le sue province più fragili – a guardarsi senza filtri. Tra eccellenze che resistono e interi territori in sofferenza, il quadro che emerge è quello di una regione sospesa: capace di punte di qualità riconosciute a livello nazionale, ma allo stesso tempo appesantita da errori strutturali, ritardi organizzativi e aree critiche che continuano a mettere a rischio i cittadini più vulnerabili. Il PNE 2025, dunque, non condanna: invita ad agire. E oggi, più che mai, la Campania non può permettersi di ignorare ciò che questa fotografia impietosa mette finalmente in piena luce.
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