
Nei giorni in cui il sole sembra fermarsi e il mondo trattiene il respiro, lo sguardo collettivo si spinge verso orizzonti lontani: cerchi di pietra avvolti dalla bruma del Nord di Stonehenge, oppure templi di sabbia e luce lungo le sponde del Nilo. È lì che, da secoli, immaginiamo il sapere antico dialogare con il cielo. Ma mentre l’attenzione corre verso l’altrove, c’è una città situata alle falde del Vesuvio che resta in silenzio. Pompei, che siamo abituati a leggere come rovina e tragedia, potrebbe invece custodire una conoscenza altrettanto raffinata: quella di un’architettura capace di misurare il tempo attraverso il sole, di guidarne i raggi dentro case, strade e spazi sacri, trasformando la luce in un linguaggio straordinario. Non un’eccezione esotica, ma una sapienza quotidiana, vicina, ancora oggi pronta a riemergere tra le pietre.
Ed è proprio a partire da questa ipotesi che prende avvio il percorso di Nicola Giuliano, archeoastronomo originario di San Giuseppe Vesuviano, che da tempo indaga il sottile legame che congiunge il moto del Sole con le architetture del mondo antico. La sua è una ricerca lenta e meticolosa, costruita mediante osservazioni dirette, campagne footgrafiche, verifiche astronomiche e ricostruzioni digitali. Un lavoro che oggi permette di rileggere le terme di Pompei con una lente di ingrandimento totalmente nuova.
Concentrandosi sulle terme del Foro e sulle terme Stabiane, Giuliano ha riconosciuto una trama precisa di aperture – finestre, oculi, tagli di luce – pensate per accogliere i raggi solari in specifici momenti del calendario, trasformando gli edifici termali in veri strumenti di misurazione del tempo. Dunque, non si trattano puramente di aperture funzionali, ma di veri e propri strumenti di misurazione del tempo. Un meccanismo silenzioso, simile a una meridiana nascosta dentro le mura, in cui l’architettura stessa si faceva strumento di osservazione. Grazie a questi accorgimenti, la luce tracciava percorsi riconoscibili, permettendo agli abitanti di Pompei di leggere il ritmo delle ore, l’alternarsi delle stagioni, il ritorno puntuale di equinozi e solstizi, affidando al sole il compito di scandire il tempo.
I primi risultati di questo percorso di studio sono confluiti in un saggio apparso sulla rivista scientifica Salternum, dal titolo “Oculi e finestre gnomoniche: i percorsi di luce che misurano il tempo. Analisi archeoastronomica alle terme del Foro a Pompei, primi sviluppi“. In quella sede Giuliano ha dimostrato come le illuminazioni del calidarium e dell’apodyterium rispondessero a una logica rigorosa, lontana da qualsiasi effetto accidentale.
I fasci di luce che attraversano questi ambienti rivelano infatti una progettazione consapevole, basata su solide competenze gnomoniche già pienamente sviluppate nel I secolo d.C. Poi a consolidare queste conclusioni e ad ampliarne l’orizzonte è stata la fase più recente della ricerca, conclusa da poco, includendo anche le terme Stabiane e facendo emergere affinità strutturali inattese tra i due complessi. Ne deriva l’immagine di maestranze capaci non solo di installare semplici orologi solari, ma di concepire dispositivi architettonici articolati, in cui luce, spazio e apparato decorativo erano parte di un unico, raffinato progetto.
Insomma, un patrimonio di conoscenze in cui la tecnica non era affatto separata dal simbolo e, con ogni probabilità, neppure dalla sfera religiosa. Del resto, in alcuni spazi – in particolare alle terme Stabiane – la luce del sole si posa su immagini specifiche: delfini, amorini, motivi ornamentali che evocano la figura di Apollo Delfico, divinità solare per eccellenza. Quando il sole si avvicina al solstizio d’inverno, momento carico di sacralità per molte civiltà antiche, questi effetti luminosi si caricano di un valore ulteriore, quasi rituale, facendo delle terme luoghi in cui il tempo non veniva soltanto scandito, ma anche celebrato.
Non a caso, le ricerche analoghe apparse su riviste internazionali di archeoastronomia e di archeologia dell’architettura hanno più volte messo in evidenza come, nel mondo romano, la luce solare fosse impiegata non solo per esigenze pratiche, ma anche come linguaggio simbolico. In questa prospettiva, Pompei – secondo Giuliano – si inserisce in una tradizione più ampia, rivelando un livello di complessità finora poco riconosciuto. Lo stesso studioso, tuttavia, invita alla prudenza: il lavoro è ancora in divenire e le ipotesi emerse aprono nuovi scenari di ricerca che richiederanno ulteriori verifiche e confronti.
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