
C’è un bus che cade. Ci sono le fiamme, il fumo, le sirene delle ambulanze. Ci sono le vittime, che sono numeri e mai persone; c’è l’autista, l’unica identità rivelata: nome, età, professionalità, “era un esperto”, “forse si è sentito male”. Poi arrivano i dettagli sulle vittime, come sono morte, in che stato sono state ritrovate. Tra un’informazione e l’altra si fa strada qualche gesto d’eroismo ed una bambina salvata grazie al padre che l’ha tirata fuori dal finestrino del bus. Infine, ci sono i video. Non si fa nemmeno in tempo a contare morti e feriti che subito arrivano immagini e video non censurati, cancellati poco dopo. È sempre la stessa storia: c’è la tragedia, e poi c’è la sua spettacolarizzazione. L’incidente di Mestre non è il primo caso, e non sarà certamente l’ultimo.
Era il 1983 quando un uomo che rispondeva al nome di Enzo Tortora – conduttore, giornalista, attore, autore; un uomo che non rientrava nella categoria dei “qualunque” – veniva arrestato dai carabinieri con l’accusa di traffico di stupefacenti ed associazione di stampo camorristico. Caso emblematico di errore giudiziario, di lui e del suo calvario conserviamo soprattutto le numerose immagini mostrate ininterrottamente dalla Rai dell’uomo in manette, trattato come il peggiore dei criminali. Immagini, quelle, non solo prive d’umanità, ma che oggi dovrebbero rispondere all’art.8 del codice deontologico dei giornalisti, che tutela la dignità delle persone.
Il caso di Enzo Tortora è solo uno dei tanti di spettacolarizzazione e di lucro su una tragedia, che può essere personale o collettiva, veicolata dai mass media. Il problema principale di un processo del genere è, innanzitutto, la desensibilizzazione del pubblico. Ci troviamo, così, persone che si sentono in diritto di scattarsi una fotografia con la casa di Avetrana sullo sfondo, o un pubblico che non si stupisce più dinanzi a stragi come quelle del naufragio di Cutro o del terremoto in Marocco. Il volto delle guerre è quello dei bambini incensurati, il corpo delle catastrofi è quello dei cadaveri la cui dignità viene strappata dalle telecamere. E quello che viene messo su Internet, nonostante gli sforzi, rimarrà sempre su Internet. Fagocitando la retorica del “tutto è concesso, tanto è dentro uno schermo”.
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