
Nato in un ambiente artistico, cresciuto in una meravigliosa villa del ‘700, con vicini di casa artisti e amici che si dilettavano con la pittura fin da piccoli. Questo è lo scenario che definisce l’infanzia di Sergio Fermariello, uno dei più importanti artisti italiani. Ci ha ospitato a casa sua, il mare e il Vesuvio ci hanno fatto da sfondo per un’intensa chiacchierata in cui, attraverso le sue parole, siamo riusciti a toccare con mano la sua arte.
Onorati che Fermariello abbia firmato la copertina del mese, gli chiediamo di spiegarci il significato di ciò che ha scelto di rappresentare. Tutto nasce dagli anni ‘60, un decennio meraviglioso: «Noi bambini eravamo come rondini nel cielo – spiega l’artista – In quel periodo vi era un’attesa messianica del progresso, eravamo usciti dalla seconda guerra mondiale, tutto sarebbe potuto solo migliorare».
Fermariello si trasferì per la stagione estiva a Castel Volturno, dal tetto del suo palazzo ammirava «la giungla del Guatemala, una distesa di verde infinita, la Pineta. Sono diventato grande e mi sono ricordato della bellezza di questo posto, dell’armonia di quella “spiaggia da contadini” come diceva Fraiano, quella che si vede in copertina: il Litorale Domitio. Il paesaggio ha mantenuto un fascino spartano e austero, corniciato dalle infinite rustiche case casertane».
Nel 2014 Fermariello ha inteso riportare, proprio come un ossimoro, una figura che desse come monito una scossa dal punto di vista visivo, che si contrapponesse al degrado in cui versa il territorio ad oggi. L’installazione visibile in copertina è: «Un’opera molto grande e comprensibile solamente dall’alto. Io mi sono reso invisibile alla fruizione da terra».
È come se l’artista fosse tornato in un territorio che ha amato come un eroe invisibile e nascosto. Le sagome rappresentate non erano distinguibili dal basso: «Chi veniva a trovarmi o portava il cane a passeggiare diceva “cos’è?”. Non si vedeva la forma…ma noi c’è la meritiamo la forma o la bellezza quando abbiamo distrutto un territorio?». Una provocazione agli usurpatori di un luogo di cui ormai non si riesce a comprendere la bellezza.
In copertina l’artista ha deciso di riprendere quell’installazione per ritoccarla, donandogli una nuova potenza evocativa, disegnano con pennarello bianco delle figure che possono sembrarci inedite. «Il tirreno era colmo di crateri che probabilmente rappresentavano l’elaborazione del lutto degli antenati della Magna Grecia. Riportare quindi una figura storica come se provenisse dal mare dopo duemila anni è stato per me come far combaciare qualcosa che aveva un’armonia con qualcosa che l’ha perduta».

All’età di quindici anni Sergio perde suo padre, dopo le scuole superiori decise di fare l’università, ma capii subito che non era la sua strada: «Lasciai tutto e andai a vivere nell’isola di Vivara e nell’80 divenni il guardiano del luogo, avevo la mia canoa e la mia fame, ma non la sentivo perché ero felice. Quando tornai, sul ponte che dovevamo attraversare per arrivare a casa, di punto in bianco dissi “Io sono pittore”, lo decisi prima di fare un quadro».
E se gli chiediamo cos’è per lui l’arte contemporanea, ci risponde con tono determinato: «Dovrebbe essere l’arte del proprio tempo, ma dato che questo ha avuto un’accelerazione alienante, io sarei più sensibile a definirla “controtemporanea” cioè contro il tempo. Mi riconosco più in quest’arte».
Quando gli chiedo dove avesse imparato o se fosse un autodidatta nel suo campo, mi risponde subito: «È una parola che aveva senso quando c’era una tecnica da imparare e trasmettere. Oggi invece l’artista contemporaneo può partire da qualsiasi elemento, non c’è una scuola o una tradizione da cui attingere. Non sono concetti ereditabili, ognuno sviluppa un percorso e una sintassi propria».
Nelle parole di Sergio Fermariello non è raro ripiombare in discorsi sulla propria terra, elemento a cui l’artista è profondamente legato: «Napoli è una città che mi sta proprio nel sangue. Se vado a Milano mi sento in vacanza, se sono a Napoli i miei spettri sanno come raggiungermi e questo si riflette nella mia arte. Trasmetto i miei aspetti nevrotici, che sono la benzina che mi alimenta».
Sergio ci parla, rapito dal suo stesso racconto che lo riporta indietro con gli anni, forse a Vivara, ora nella sua casa accarezzata dal Vesuvio. Possiamo, attraverso le sue metafore, comprendere la sua arte che non è ispirata da qualcosa in particolare, bensì, come insegna Dalì: «“l’artista non ha ispirazioni ma ispira gli altri”. Consentire alle persone di avere una visione è il mio obiettivo ed è quello che utilizzo e che mi ispira quando creo la mia arte».
Sergio Fermariello non è un uomo solo, oltre ad una splendida famiglia, ha accanto un personaggio insolito: il suo “guerriero”. «Può essere un elemento figurativo. Addizionato, infatti, ad un altro guerriero e infiniti, si forma un esercito. O una catena semantica, un elemento linguistico. A differenza della grammatica che tutti conosciamo, la reiterazione dei guerrieri è come se fosse un linguaggio primordiale che agisce prima che intervenga l’ossigeno della verbalizzazione: tutto è contiguo e congiunto, è una grammatica impossibile».
A Palazzo Santa Lucia è stata presentata la 64esima edizione del Giro di Campania, alla presenza dell’Assessora allo Sport...
La Costiera Amalfitana brucia ormai da giorni. Tra la devastazione e le fiamme alimentate dai forti venti, si lavora incessan...
Il 16 settembre 2026 sono stati ultimati i lavori riguardo il restauro dell’edicola votiva di San Gennaro, situata in piazz...
Come ogni mese torna la nostra rubrica culturale “Leggere che passione”, ecco i due libri consigliati ai nostri lettori. ...