
Trump minaccia dazi del 100% su film realizzati all’estero e sui mobili non prodotti negli Stati Uniti. L’annuncio, arrivato a fine settembre, scuote sia il settore culturale che quello manifatturiero. Si fanno largo nuove incertezze sul futuro delle relazioni commerciali americane con il mondo intero.
Nel suo intervento su Truth Social, Trump ha paragonato la perdita di centralità di Hollywood al furto di caramelle a un bambino, accusando altri Paesi. “Vogliamo film realizzati in America di nuovo!”, aveva già dichiarato a maggio, senza però tradurre le minacce in misure concrete.
La retorica protezionista ora ritorna, con l’aggiunta di un attacco all’avversario politico Gavin Newsom, governatore della California. La questione non è priva di ambiguità. Cosa significhi esattamente un film “fatto” fuori dagli Usa resta poco chiaro, considerato che la produzione cinematografica è da tempo globale e transnazionale. Incentivi fiscali in Europa, Australia o Canada hanno reso possibile un sistema ibrido che Hollywood utilizza da anni.
Non solo cinema, Trump minaccia dazi del 100% anche sul mobile, promettendo dazi sui mobili prodotti fuori dagli Stati Uniti. Trump ha citato la North Carolina come esempio di un mercato perduto a favore della Cina, ribadendo la necessità di riportare la manifattura entro i confini nazionali.
La mossa appare in continuità con la strategia di protezionismo economico già adottata durante il suo primo mandato, ma porta con sé molti dubbi. Applicare dazi a beni tangibili come i mobili è fattibile, ma il caso dei film solleva un problema pratico e giuridico: come fermare un prodotto culturale immateriale alla dogana?
Oltre all’aspetto economico, la crociata di Trump si inserisce in una narrazione più ampia, che lega il protezionismo commerciale a un’idea di “sicurezza nazionale”. Già in passato il presidente aveva paventato il rischio di “propaganda” nei film stranieri proiettati negli Stati Uniti. Il silenzio di Hollywood, che a maggio aveva reagito con perplessità, potrebbe essere solo momentaneo. Ma l’idea di imporre dazi culturali resta controversa e di difficile attuazione, rischiando di trasformarsi più in uno slogan elettorale che in una politica concreta.
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