
Per Trump Harvard è “una barzelletta”, per questo non merita i fondi universitari. E fin qui, niente di nuovo: da un uomo che ha confuso la politica con un reality deludente, ci si poteva aspettare un po’ di stand-up comedy mediocre anche sulla ricerca accademica.
Ma questa volta la battuta fa male. Perché l’attacco di Trump a Harvard e ai fondi universitari non è una battuta infelice da campagna elettorale: è l’ennesimo atto di una guerra dichiarata al pensiero critico, all’autonomia culturale e a qualsiasi luogo che non obbedisca al grido “Make America obbediente again”.
Cos’è successo? Harvard si è rifiutata di piegarsi alle condizioni trumpiane: scegliere i docenti, riscrivere i programmi, rivedere le ammissioni in chiave patriottica e con un pizzico di eugenetica. In cambio avrebbe ricevuto complimenti, baci e qualche miliardo di dollari di fondi federali. L’università più famosa del mondo ha però detto no. E da lì, l’attacco: chi non si inginocchia, non mangia.
Lo stesso copione è toccato alla Columbia University. Anche lei, inizialmente intimidita dal taglio di 400 milioni di dollari, ha poi risposto con dignità: “Non permetteremo al governo di dettare cosa insegniamo, cosa ricerchiamo o chi assumiamo”.
Ecco, bravi. Ma ora preparatevi alla prossima etichetta: “università woke, élite nemica del popolo”. Perché la narrativa è sempre la stessa: costruire un nemico interno che ti rifila solo menzogne, accusarlo di corrompere la gioventù, tagliargli i fondi e sostituirlo con una bella scuola militare del pensiero unico. Siamo forse alle prove generali di Ministero della Verità?
Il punto è che l’attacco di Trump a Harvard e ai fondi universitari rivela qualcosa di più profondo. La destra globale, da Orban a Meloni, passando un tempo anche per Bolsonaro, ha capito che i veri avversari del potere autoritario non sono i partiti di opposizione che spesso non oppongono nulla, ma le università in quanto officine di pensiero critico e di idee come l’uguaglianza e giustizia sociale.
Le università e i campus, per quanto imperfetti, sono tra i pochi luoghi rimasti dove si analizza, si studia e si contesta davvero. Dove i giovani possono ancora dire che la realtà è ingiusta, che il razzismo non è un’opinione, che il capitalismo è un sistema violento e da sovvertire, e che sì, anche Israele può essere accusato senza per questo essere accusati di antisemitismo.
Questo è intollerabile per chi vuole un Paese seduto, silenzioso e possibilmente armato.
E allora si smantella l’indipendenza pezzo dopo pezzo: prima con le fake news, poi con i tagli, infine con il disprezzo pubblico per chi studia e chi insegna. Fino a trasformare l’università nell’ufficio statale per la diffusione dell’ideologia dominante che è quella dei superricchi.
Nel frattempo, la sinistra istituzionale balbetta. Anziché prendere le difese degli atenei attaccati, spesso si rifugia in un linguaggio da presentazione libro: “dialogo, mediazione, equilibrio”. Ma non c’è nulla di equilibrato nel dover scegliere tra libertà e sottomissione. E soprattutto, non c’è niente di democratico nel barattare i fondi con la censura.
Qualcuno afferma che ci vorrebbe una sinistra non fifona, capace sottolineare che l’università non è un accessorio culturale, ma un presidio di giustizia sociale e per questo un presidio politico. Che ogni corso tagliato, ogni docente intimidito, ogni borsa di studio negata, è un atto politico. E che, per contrastare l’attacco di Trump a Harvard e ai fondi universitari, servono alleanze forti, piazze piene, e una narrazione che dica chiaramente: il pensiero libero non si compra, né si licenzia.
Oggi, chi difende l’indipendenza delle università difende qualcosa di molto più grande.
Difende il diritto di studiare senza padroni. Di criticare senza paura. Di essere poveri e avere comunque accesso alla conoscenza e la possibilità di riscattarsi. E se Harvard è una barzelletta, allora ridiamo pure. Ma ridiamo di gusto contro chi sogna un mondo dove l’unico sapere è quello che conferma il potere. Perché non c’è battuta più tragica di un’ignoranza istituzionalizzata a suon di retoriche nazionaliste.
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