
TSO e dignità della persona. È attorno a questo asse che ruota la recente sentenza n. 76/2025 della Corte costituzionale. In tempi in cui la politica rincorre la paura e non il diritto, in cui si evocano immagini squallide in cui l’autoritarismo gira in camice bianco, la Corte ha detto una cosa limpida: la persona con disagio psichico è un soggetto di diritto e non un oggetto da internare.
Una decisione che appare come un atto politico e non nel senso più basso, ma in quello più alto e originario: la cura della polis. Il relatore della sentenza, Stefano Petitti, ha scritto che la legge Basaglia non è un reperto archeologico da rottamare, ma una conquista da difendere. Ha esplicitato che la chiusura dei manicomi fu una rivoluzione etica e culturale. E chi oggi propone di riformare il tutto vuole reintrodurrei lo spirito disumanizzante del manicomio.
La Corte ha nuovamente messo a fuoco l’articolo 35 della legge 833/1978: si è dichiarato incostituzionale che una persona possa subire un TSO senza essere nemmeno ascoltata da un giudice. Ha ribadito che nessuna cura può esistere senza consenso, senza contradittorio e senza giustizia. Uno schiaffo ai nostalgici del manicomio, a chi considera la sofferenza psichica una colpa da espiare mentre si è legati a un letto con una cinghia. E nella decisione la Corte richiama l’articolo 13 della Costituzione, l’articolo 32, la convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, il Garante dei detenuti, il Comitato europeo per la prevenzione della tortura.
Il contesto in cui arriva questa sentenza è tutt’altro che neutro. Siamo dentro un’epoca in cui il legislatore, invece di proteggere, le garanzie, le riduce. Un’epoca in cui Fratelli d’Italia propone un disegno di legge che raddoppia i giorni di TSO finendo per considerando la dignità della persona un lacciolo fastidioso, persino in carcere, come se la cura potesse essere somministrata come punizione.
Un tempo in cui cresce, tra le pieghe di un’opinione pubblica stremata, il bisogno patologico di ordine, disciplina, repressione. Per questo la sentenza della Corte diventa un argine etico. Un promemoria civile, Un richiamo alla dignità della persona
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