
Alcuni giorni fa in Uganda, il parlamento ha adottato un disegno di legge che introduce decine di ulteriori reati connessi all’omosessualità.
Essere omosessuali in Uganda ( così come in molti stati africani) era vietato già da tempo, con pene detentive che arrivavano fino all’ergastolo. Eppure, per il parlamento ugandese, ciò non è stato considerato sufficiente per difendere la “pubblica sicurezza e pudicizia”, così si è fatto di più…
La legge contiene reati assurdi (in parte già esistenti, ma arricchiti) con pene al limite dell’immaginazione. Per esempio, la pena per il reato di “tentato comportamento omosessuale” ,cioè per chi prova ad avere una relazione omosessuale ma non ci riesce, viene aumentata di 10 anni.
Viene introdotto il reato di “affari con organizzazioni lgbtqi+”, cioè si punisce con la reclusione anche chi conclude qualsiasi tipo di contratto con esse. Per esempio, chi fornisce penne, cancelleria, merendine per i distributori delle sedi delle organizzazioni, rischia la galera.
Viene introdotto il reato di “promozione della omosessualità”, punito con la reclusione fino a 20 anni. Per “promozione” si intende qualsiasi tipo di scritto, show televisivo, podcast, volantino pubblicitario che faccia riferimento a persone gay in maniera non negativa, cioè non descrivendole come criminali o esseri al limite dell’umanità.
Se prima essere gay prevedeva l’ergastolo, ora si introduce la pena capitale per il reato di “omosessualità seriale”.
La parte più inquietante della legge (se può individuarsene una che lo è di più delle altre) è quella che impone alle madri, padri e parenti stretti delle persone omosessuali di denunciarli, se non si vuole essere considerati complici ed essere incriminati.
Ma chi c’è dietro tutto questo? Venti organizzazioni americane religiose, le stesse delle lobby pro vita che sostengono diversi membri del Congresso americani, hanno speso più di 50 milioni di dollari per creare organizzazioni associative in Africa. Più della metà dei fondi sono stati destinati alla sola Uganda.
I punti fondamentali della loro agenda sono: influenzare la politica locale sull’importanza di evitare in ogni modo gli aborti e promuovere l’idea che essere omosessuali è una malattia.
Certo, l’omofobia in Uganda non si può dire sia stata portata dagli americani, ma Frank Mugisha, direttore di una delle principali organizzazioni LGBTQI+, dice da anni che, prima del 2009, in Uganda la questione dell’omosessualità non era una priorità. Lo è diventata solo in seguito alle “visite” nel paese da parte del pastore evangelico Scott Lively e del suo gruppo, insieme con i loro “finanziamenti”.
Mentre la Chiesa Cattolica di Papa Francesco compie i primi timidi passi verso l’apertura al mondo LGBTQI+ e condanna i crimini efferati commessi contro gli omosessuali, le lobby di estremisti e fanatici religiosi del mondo si preoccupano di esportare odio ovunque trovino terreno fertile. Siamo davvero ancora a questo punto nel 2023?
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