
Sono 21 gli ultras indagati nell’ordinanza firmata dal gip per il blitz “Doppia curva”, che conta 16 persone in carcere, 3 ai domiciliari e 2 indagati a piede libero. Le curve del Milan e dell’Inter sono accusate di associazione a delinquere, nel caso di quella interista con l’aggravante mafiosa. Pizzo sui parcheggi dello stadio, minacce ai bar del Meazza e biglietti rivenduti a enormi sovraprezzi. Dulcis in fundo, due società che assecondavano con omertà e talvolta vera e propria complicità i gruppi criminali. Cosa c’entra questo col calcio? Tecnicamente niente, ma nella realtà dei fatti tutto.
Difficile capire come le due società possano, come stanno tentando di fare, costituirsi parte offesa nella fattispecie in questione. A prescindere dalle interlocuzioni, già di per sé illegali, che hanno avuto col tifo organizzato, è complicato riuscire a convincersi che i tesserati fossero totalmente all’oscuro dei fatti incriminati, soprattutto se per interlocutori intendiamo le seguenti personalità non propriamente immacolate.
Parliamo di gente come Luca Lucci, celebre -oltre che per la stretta di mano a Matteo Salvini– per il pestaggio a sangue ai danni di un tifoso interista, Virgilio Motta, che rimase talmente traumatizzato dalla vicenda da suicidarsi 3 anni dopo, e soprattutto per la condanna per traffico di droga. Forse i suoi amici –e compagni capi ultras- vi suoneranno più familiari. Christian Rosiello, bodyguard di Fedez – consigliato da Lucci-, e Islam Hagag si erano già fatti conoscere per il pestaggio, fatto insieme al cantante milanese, ai danni del personal trainer Cristian Iovino.
Ma è dall’altra sponda di Milano che troviamo invece i pezzi grossi della malavita, con il nipote del boss di San Ferdinando (Reggio Calabria) Antonio Bellocco, che aveva instaurato nella Curva Nord un quadro organizzativo modellato su quello della ‘ndrangheta, prima di finire accoltellato da un altro capo ultra, Andrea Beretta. Un sistema mafioso che trascendeva talmente tanto dall’aspetto calcistico, che il patto di non belligeranza tra le due curve era ormai diventata una collaborazione a tutti gli effetti, esplicitata nell’euroderby in semifinale di Champions, in cui le due fazioni si accordarono per la spartizione della rivendita dei biglietti per la finale, a prescindere di quello che sarebbe stato il risultato.
Come accennato, le società si sono costituite parte offesa, con ai loro danni però un cosiddetto “procedimento di prevenzione“. In sostanza le società non sono indagate ma dovranno dimostrare, in un contraddittorio, di aver reciso i legami con il mondo ultras, soprattutto sul fronte della gestione dei biglietti per le partite. Altrimenti si potrebbe arrivare, davanti alla Sezione misure di prevenzione del Tribunale, a un provvedimento di amministrazione giudiziaria.
Nessun provvedimento, quindi, riguardo all’omertà di cui si sono macchiate le due società. Quest’ultima si trasforma in complicità nel momento in cui queste -nello specifico la dirigenza dell’Inter- si rendono protagoniste di interlocuzioni dirette con le tifoserie. Nell’ordinanza si raccontano infatti una serie di episodi che riguardano i rapporti tra tesserati nerazzurri e tifosi. Tutto comincia nel 2023 e nei giorni tra la finale di Coppa Italia e quella di Champions League a Istanbul. Tra società e ultras ci sono contrasti perché i leader della Curva vogliono 1.500 biglietti mentre l’Inter può darne appena la metà. A muoversi è Marco Ferdico. Che minaccia uno sciopero del tifo per la finale di Coppa. E contatta anche Javier Zanetti.
A quel punto interviene Inzaghi. «Allora Marco, leggo il messaggio che la curva non canta a una finale…io mi sono imbestialito, non con voi ma con la società. Mancano 4 ore. Cercate di sistemare ‘sta roba perché non esiste». E ancora: «Parlo con Ferri, con Zanetti, con Marotta. Mi attivo e ti dico cosa mi dicono». La risposta di Ferdico: «Te la faccio breve, mister. Ci hanno dato mille biglietti e ci siamo fatti due conti. Ne abbiamo bisogno 200 in più per essere tranquilli». Alla fine, il club cede ed aumenta la disponibilità di tagliandi. Si arriva proprio al numero che vogliono gli ultras: «Mi hanno dato 1.500 biglietti», dice Ferdico.
L’articolo 25 del Codice di Giustizia Sportiva vieta le interlocuzioni con il tifo organizzato. Perché allora la società non si è fatta alcuno scrupolo nel dialogare e addirittura contrattare con gli ultras? E soprattutto, davvero la dirigenza dell’Inter era all’oscuro del vero fine del rilascio dei biglietti alle tifoserie?
Per rispondere alla prima domanda, sembrerebbe che un’associazione “no profit”, la “We Are Milano”, era stata costituita nel 2020 da alcuni indagati finiti nell’inchiesta sulle curve della Procura di Milano per crearsi una “facciata legale” che permetteva di guadagnare consenso sociale con iniziative benefiche, ma che serviva a interloquire con le società calcistiche di serie A, che altrimenti non avrebbero potuto intrattenere alcun tipo di rapporto con la tifoseria ultrà per la normativa prima enunciata.
La seconda domanda, invece, lascia perplessi. È lo stesso Marco Materazzi, leggenda dell’Inter, che afferma: «I biglietti da 80 li rivendono a 900…questo mi è stato detto». Lo sapeva Materazzi e non lo sapevano Inzaghi e Marotta? Appare abbastanza buffo il ruolo marginale riservato alle società nell’inchiesta, da cui si evince che l’unica colpa dei club sembra essere stata la troppa sottovalutazione del fenomeno.
Il quadro annunciato è quello di un calcio in cui le rivalità non esistono più, come auspicato dai grandi pensatori del calcio sano e rispettoso, che si uniscono allegramente per creare un’associazione di stampo mafioso, dove la maglia non conta, o almeno non quanto i soldi. Si potrebbe dire che qui non si parla di calcio ma di criminali che nulla hanno a che fare con lo sport più bello del mondo, ma se queste persone arrivano a contrattare con i dirigenti del club campione d’Italia, vuol dire che qui il calcio c’entra eccome. E forse, a vedere ciò, la cara vecchia passione e rivalità nel calcio identitario di una volta, non appare più così diabolica.
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