
Ogni giorno emergono tante nuove scoperte nell’ambito dell’intelligenza artificiale, quanti timori, sempre più diffusi sul suo impatto sul lavoro umano. Secondo un recente studio del British Standards Institution (BSI), riportato dal Guardian, un quarto dei dirigenti aziendali crede che le mansioni di livello iniziale possano essere automatizzate per ridurre i costi. L’ombra di un’apocalisse lavorativa sembra farsi sempre più concreto. Eppure, un’altra analisi del Budget Lab di Yale racconta una storia meno catastrofica: la realtà, almeno per ora, potrebbe essere molto più stabile di quanto le previsioni più drammatiche lascino intendere.
Lo scenario delineato dal BSI è inquietante: il 41% dei manager ha già ridotto il personale grazie all’uso dell’IA, e quasi il 40% delle aziende ha eliminato o ridimensionato i ruoli junior, sostituendo mansioni amministrative e di ricerca con sistemi automatizzati. Due aziende su cinque prevedono che l’automazione sarà la norma entro cinque anni. A questo si affianca un dato simbolico ma eloquente: nei bilanci aziendali, il termine “automazione” compare sette volte più spesso di “formazione” o “riqualificazione”. È il segnale che l’interesse delle imprese si sta spostando da chi lavora a come lavorare di meno con più tecnologia.
Tuttavia, l’analisi del Budget Lab di Yale ribalta, almeno in parte, questa narrativa. Monitorando i cambiamenti nel mercato del lavoro da quando ChatGPT è stato lanciato (novembre 2022), i ricercatori non hanno riscontrato una riduzione significativa dei lavoratori impiegati nei settori a maggiore esposizione all’IA. Anzi, la distribuzione dei lavoratori tra professioni ad alta, media e bassa esposizione è rimasta notevolmente stabile. Nessuna “emorragia occupazionale”, nessun aumento di disoccupazione legato direttamente all’IA. Ciò non significa che l’impatto dell’IA sia nullo: i lavoratori junior potrebbero essere i primi a risentirne, ma si tratta di effetti localizzati, non di un crollo sistemico.
La discrepanza tra i titoli allarmistici e i dati reali si spiega anche con l’adozione pratica dell’IA, che si è rivelata molto più lenta e disomogenea del previsto. Nonostante l’accessibilità quasi istantanea di strumenti come Claude, ChatGPT o Copilot, la loro adozione nel mondo del lavoro varia enormemente tra settori. I dati di utilizzo aziendali mostrano che, mentre nei comparti tech l’IA è ampiamente integrata, in settori come sanità, giurisprudenza e finanza prevalgono vincoli normativi, timori legali e ostacoli organizzativi. Oggi, gran parte dell’uso dell’IA è di supporto (augmented work), ma i veri rischi arriveranno quando le aziende inizieranno a riprogettare interi flussi di lavoro per automatizzarli completamente.
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