
Sonia Bergamasco: «Il cercare di farsi testimone è in sé un atto poetico. C’è bisogno di guardarsi allo specchio veramente, non per creare fattezze che non sono le proprie, ma per guardare quello che c’è, attraverso e oltre, possibilmente». Un perenne equilibrio affascinante che tiene in bilico tra ciò che è e ciò che non è; anche se, talvolta, ciò che sembra falso, irreale, è più vero di una realtà scadente in cui è difficile guardarsi dentro, fuori e attraverso.
“To be, or not to be, that is the question”, diceva uno dei più grandi drammaturghi viventi. Ed è proprio grazie alle parole che si sviluppano sentimenti e si stimolano le emozioni di ogni essere umano. Le parole che possono diventare poesia, espressione teatrale, letteratura, «Le parole sono carne, corpo, dicono di noi, ci muovono, feriscono, danno gioia: sono armi benefiche o crudeli, per noi o contro di noi».
Così afferma l’attrice e regista Sonia Bergamasco che con le parole ha instaurato un legame profondo, viscerale, indissolubile, dando vita ad ogni forma d’arte di cui lei si è fatta testimone tout court: dalla poesia, alla musica, ma soprattutto al teatro. «Il cercare di farsi testimone è in sé un atto poetico. C’è bisogno di guardarsi allo specchio veramente, non per creare fattezze che non sono le proprie, ma per guardare quello che c’è, attraverso e oltre, possibilmente». Con i suoi due libri, “Il quaderno” (2022) edito da Nave di Teseo e “Un corpo per tutti” (2023) edito da Einaudi, l’attrice esplora spazi, aprendosi alla poesia e indagando nuovi orizzonti.
«La poesia – afferma la Bergamasco –, cronologicamente, è venuta prima, in relazione al percorso musicale. Essendo un’arte legata alla lingua musicale, il desiderio di scrivere e leggere moltissimo in poesia è nato presto. E continua ad autoalimentarsi, non c’è una data di fine. La scrittura è una dimensione che mi appartiene e mi coinvolge interamente. C’è un desiderio di continuare, ma so bene anche che è una scrittura carsica, intermittente, che si nutre del primo mestiere che faccio che è quello dell’attrice e della regista».
Qual è la luce che illumina i tuoi versi?
«Vedo molte ombre, ma queste ultime sono date da una percezione con- creta della luce: quella è un’idea fissa, è un sentimento e uno stato di realtà. Vedo molte ombre e cerco di attraversarle con il suono delle parole, il respiro dei versi, per come ho cercato di interpretare questo viaggio nell’infanzia, quest’immersione: un’infanzia dei giochi che non sempre è luminosa» afferma Sonia Bergamasco.
Passiamo poi alla sua seconda opera nel quale scrittura e teatro si fondono, dando vita ad un manuale dedicato al fare teatro, nel modo più assoluto e puro. «L’attrice è il “mestiere del fare” – continua Bergamasco – è complesso fare un passo indietro e osservare quello che stai facendo e, di conseguenza, fare una riflessione. È, però, una cosa che mi affascina profondamente e ho fatto questo passo scrivendo “Un corpo per tutti”, un libro dedicato al mestiere dell’attrice: è un guardarsi, facendo. È stata un’operazione pericolosa, ma mi attraeva questo equilibrio instabile».
Cosa accomuna i due libri?
«C’è un legame poetico: l’immagine che dà il via alla narrazione del mestiere è un’immagine tratta dal Quaderno: una bambina che si guarda allo specchio. È arrivata quando mi è stato chiesto di scrivere il libro come una sorta di manuale dedicato al mestiere dell’attrice, cosa che non esiste in Italia, e aperto ad un pubblico che non fosse solo di addetto ai lavori. Mi sono chiesta a lungo come fare e da dove cominciare: non volevo assolutamente che diventasse egoriferito. Anche se sono passata necessariamente da un’esperienza/immagine personale per avere una chiave, aprire la porticina e farmi strada nel percorso» afferma l’attrice.
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