
Quasi 100 donne morte dall’inizio del 2024. Non morte, uccise. Si tratta di un numero destinato ad aumentare, e che forse aumenterà persino nel tempo trascorso tra la scrittura e la pubblicazione di questo articolo. La media nazionale parla chiaro: ogni tre giorni circa una donna viene uccisa, con picchi notevoli in alcuni mesi dell’anno come febbraio, maggio, giugno e settembre. Con il 25 novembre alle porte, la domanda che ci poniamo è sempre la stessa: quando finirà tutto questo?
Secondo i dati riportati da NUDM – Osservatorio nazionale femminicidi, lesbicidi, trans*cidi (aggiornati l’8 ottobre 2024), la Lombardia occupa il primo posto della classifica per maggior numero di femminicidi registrati nel 2024, con un 14%; a seguire, rispettivamente al secondo e terzo posto, vi sono il Lazio (13%) e la Sicilia (9,8%). La Campania, all’ottavo posto, registra una percentuale del 5,4%. La vittima più giovane aveva 17 anni, mentre la più anziana 89: si sottolinea, infatti, un aumento delle vittime over 70 rispetto agli anni precedenti. Si registra, inoltre, almeno un caso con violenza o stupro prima dell’omicidio, 10 casi con denunce o segnalazioni per stalking e 12 casi in cui i figli minorenni hanno assistito alla violenza. È necessario gettare una luce sulle declinazioni della violenza nel caso delle sex workers – almeno 3 le vittime – e delle donne razzializzate, con un 4,4% dei casi in cui la vittima proveniva dalla Romania, il 3,3% dal Brasile e il 2,2% da Cina, Perù e Ucraina. Nella maggioranza dei casi il colpevole o presunto tale appartiene al nucleo familiare della vittima: nel 48,1% si tratta del partner o del marito, nel 14,3% di un figlio e nel 13% di un ex. L’Osservatorio riporta anche le statistiche che riguardano la causa del decesso: nel 39,6% dei casi la vittima muore per accoltellamento, nel 22,9% per arma da fuoco, nel 10,4% per strangolamento.
Nel corso della giornata inaugurale del masterclass tour “Non sono quello che sono”, tenuta da Edoardo Leo presso il Teatro Greco dell’Università degli Studi di Roma La Sapienza, l’intervento dell’attivista e autrice Flavia Carlini è stato particolarmente significativo. Nel discutere del linguaggio utilizzato dalle testate giornalistiche italiane per narrare fatti di cronaca nera quali, per l’appunto, un femminicidio, si è parlato dei meccanismi che si celano dietro tale violenza: un femminicidio è una violenza, adoperata su una donna, che vuole ristabilire un fantomatico equilibrio di potere. E ritengo che il fulcro della questione sia esattamente questo: il potere e il desiderio, se non addirittura la necessità, di esercitarlo su qualcuno considerato inferiore. La retorica secondo cui “le donne fanno paura per la loro intelligenza”, oramai, non regge più: sono soltanto slogan, motti edulcorati, contentini di empowering femminile volti a farci dimenticare il modo in cui, sistematicamente, veniamo ammazzate.
Il femminicidio non è l’esplosione inaspettata della violenza: è soltanto la sua manifestazione più evidente, quella che in televisione fa scalpore, quella che suscita l’indignazione generale per poi venir gettata nel dimenticatoio assieme a tutti gli altri casi. La violenza di genere e l’oppressione passano anche, e soprattutto, nei gesti talvolta più silenziosi e subdoli dell’ambiente familiare, e in quelli più eclatanti della società. Violenza è anche il Papa che condanna gli abusi sulle donne, per poi puntare il dito contro chi decide di abortire. Violenza è anche il governo che, con una donna e madre al suo vertice, proclama l’illegalità della GPA. Ogni anno, nella giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, si è soliti scegliere uno slogan come “UNITE! Activism to End Violence against Women & Girls”, o “Invest to prevent violence against women and girls”, ma forse sarebbe meglio proporne un altro: basta renderci la vita un inferno. Poco importa che alcune testate giornalistiche guardino positivamente al leggero calo di femminicidi registrato in Italia rispetto al 2023: cinque vittime in meno non sono abbastanza, non lo saranno mai.

Nella realtà contemporanea, il fenomeno della violenza di genere e non solo, ha assunto dei caratteri sempre più preoccupanti, evidenziando la necessità di continuare a parlare di un problema sociale sempre più radicato. In merito alla questione, a Napoli si è tenuto un Convegno Internazionale di grande importanza: “Violence and its Victims: Ethical and Forensic Issues”. Ideatore della manifestazione, il Professore Massimo Niola, Ordinario di Medicina Legale presso l’Università Federico II di Napoli. Con lui abbiamo discusso delle ipotetiche strategie di intervento collettivo che consentano di promuovere l’emancipazione culturale e di trovare soluzioni efficaci per la prevenzione e la gestione del fenomeno della violenza della persona.
«Una delle strategie è quella di organizzare manifestazioni di questo tipo. Un congresso internazionale improntato sulla violenza non solo di genere, ma “in genere”. Questo ha fatto sì che potessimo in qualche modo dare spazio a tutte le declinazioni della violenza. Sicuramente il femminicidio è un tema al quale tengo particolarmente perché ritengo che in quel caso avvenga nella maggior parte dei casi una doppia violenza: in una famiglia c’è la violenza del minore che assiste come spettatore e vive passivamente il dolore e c’è poi la violenza diretta della vittima, in questo caso la madre. Il convegno ha però voluto abbracciare ogni forma di violenza dedicando lo spazio necessario ad ogni minoranza sensibile: la violenza di razza, la differenza tra classi sociali, la violenza sulle persone con disabilità, le condizioni dei detenuti nelle carceri, la violenza nei confronti del personale sanitario che ad oggi è un problema di cronaca quotidiano, le vittime del dovere per quanto riguarda l’ambito militare, la violenza silenziosa sugli anziani».
«La vera inclusione, secondo me, è un concetto che è ancora molto distante dalla nostra società e dal nostro modo di vivere nella quotidianità. Fare anche solo un piccolo gesto nei confronti di una qualsiasi minoranza o persona sensibile è sempre un grande passo verso un mondo più giusto che si aiuta e che non esclude. Ecco perché una strategia di intervento è sicuramente quella di organizzare manifestazioni, eventi e simili in maniera tale da far emergere con forza il problema e permettere a più persone di confrontarsi. Ma anche in questo caso, come nella medicina più in generale, la forma più efficace di intervento è sicuramente la prevenzione. Quest’ultima si potrebbe applicare non solo informando le persone, ma soprattutto formando quest’ultime all’educazione sociale in ogni sua forma di rispetto e convivenza: partendo dal personale medico in maniera tale da insegnargli il giusto approccio verso le vittime di violenza, fino alla persona più comune che capirà che la violenza non è mai la risposta giusta».
«Assolutamente sì, e lo si dovrebbe fare partendo dai bambini. Ci sono problematiche che si manifestano sin da piccoli e che vanno ascoltate in maniera tale da risolvere il problema prima che ce ne sia uno. Per spiegarci meglio, un esempio sono quei soggetti che avevano già precedenti per molestie o stalking, o che avevano dato già segno di squilibrio mentale. Nessuno ha aiutato questi soggetti? Perché non agire prima? Persone con un curriculum psichiatrico particolare vengono lasciate al proprio destino e si ritrovano poi a tormentare la vita di chi, in un secondo momento, non riesce neanche a denunciare. C’è bisogno di centri di recupero che sappiano davvero approcciare con le vittime in ogni fase. Bisogna anche dire che ad oggi si denuncia di più, ma allo stesso tempo è in aumento il numero di femminicidi. Ecco perché è fondamentale non informare le persone, ma educarle e soprattutto prendere seri provvedimenti nei confronti di chi compie qualsiasi atto di violenza senza aspettare, come ogni volta, che ci sia una vittima. Prevenire, si può fare, ma c’è bisogno di imparare di nuovo ad essere degli umani».
di Maria Claudia Merenda e Camilla Esposito Alaia
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