
Nella maestosa abbazia di Fontevraud, culla di re e regine di Francia, un presepe napoletano conquisterà i visitatori con il suo calore mediterraneo. Un contrasto che sorprende e racconta, più di molte parole, la forza della tradizione partenopea. Il monastero, situato nel cuore della regione dell’Anjou – la terra natia della casata reale degli Angoini, conquistatori di Napoli e del Mezzogiorno italiano – è una struttura le cui radici affondano nel 1011, quando il frate predicatore Robert d’Arbrissel si pose l’obiettivo di riunire sotto un unico grande tetto l’intera comunità spirituale del tempo, costituita da uomini e donne.
Successivamente, nel corso dei secoli, sotto la guida salda delle badesse, il convento si afferma come fulcro della nobiltà europea – a tal punto da ospitare al suo interno i sepolcri dei membri delle famiglie reali, per volere della regina Eleonora d’Aquitania. Ed è proprio davanti alla sua tomba – affiancata da quelle del marito Enrico II, re d’Inghilterra, del figlio Riccardo Cuor di Leone e della moglie Isabella d’Angouleme – che, in occasione delle imminenti festività natalizie e di quelle degli anni a venire, sorgerà una grande novità. Tra le mura del monastero, infatti, si respira un clima di grande entusiasmo per la nascita di un presepe napoletano settecentesco dalla straordinaria ampiezza: 24 metri quadri popolati da ottanta pastori alti ben 40 centimetri, destinati a trasformare l’altare maggiore in un piccolo teatro di meraviglia.
Una meraviglia artistica, firmata da Antonella Cucarano eMarco D’Auria, 38 anni, artigiano proprietario di una piccola bottega situata nella culla della tradizione presepiale partenopea: San Gregorio Armeno. Una coppia scelta al termine di una lunga e accurata selezione condotta a Napoli da un’equipe presieduta da Nicolas Dupont, celebre archeologo e custode del patrimonio storico e artistico di Fontevraud, e oggi alla guida del monastero – che ormai ha raggiunto il primato della più grande abbazia dell’intero continente europeo, nonché un centro gravitazionale per menti intellettuali e artistiche dalla fama internazionale, dopo essere stato, sin dai tempi di Napoleone fino agli anni ’60 del secolo scorso, un carcere. Tra le mura dell’abbazia, sarà possibile scorgere la Natività partenopea dalla profondità dell’abside romanico, mentre dall’alto di dispiegherà una cascata di angeli tra giochi di luce e suggestioni scenografiche, che evocano il celebre presepe Cuciniello a San Martino.
Tuttavia, a godere di una simile meraviglia artistica non sarà soltanto la vista: si tratterà, infatti, di un’autentica esperienza multisensoriale che porterà in alto il nome di Napoli persino sulle sponde francesi della Loira. A fare da eco al nome di Napoli, del resto, saranno tantissime immagini, tra le quali si segnala la taverna emblema delle tentazioni demoniache, mentre il giovane e l’anziano sono impegnati a giocare tra di loro a carte in un duello vita-morte – stando a quanto illustrato in “Il presepe popolare napoletano” di Roberto De Simone, pubblicato dalla casa editrice Einaudi.
Ma non è tutto: emblematici saranno, infatti, gli scugnizzi ritratti con splendidi sorrisi sui loro volti mentre sono impegnati a giocare con una trottola – o meglio, con lo “struffolo”, per dirla in gergo napoletano – sul pozzo chiuso per paura di essere raggiunti dal mostro “Maria ‘a manilonga”. Ancora il tipico trasloco sul carretto, che anticamente si riproponeva con cadenza annuale il 4 di maggio; infine, non potranno assolutamente mancare le figure di San Gennaro e quella di un suonatore con le sembianze del Caravaggio.
Nel frattempo, altrettanto numerosi saranno anche gli attori protagonisti di questo intreccio unico che vede dialogare tra loro Napoli e la Francia: fra tutti, campeggia Robert d’Arbrissel, il fondatore dell’abbazia, mentre tenta di convertire una prostituta; Renata di Borbone, una delle badesse più rilevanti di Fontevraud, davanti alla fedele riproduzione delle cucine dell’abbazia con le cupole dal sapore orientale; poi, a conclusione, spiccheranno i tre sovrani medievali Enrico, Riccardo ed Eleonora d’Aquitania, davanti al tempio diroccato dove verrà alla luce il bambino.
Insomma, ancora una volta il presepe napoletano si afferma come un luogo dove il tempo si dilata e le frontiere si dissolvono: un mondo sospeso, capace di far convivere il sacro e l’umano in un’unica visione. E questo linguaggio universale, finalmente, dà prova di riuscire a valicare anche i confini italiani. Dopo la ribalta dello scorso anno, quando a Notre-Dame di Parigi fu accolta l’opera dei fratelli Sinno con le scenografie di Biagio Roscigno, ora è Marco D’Auria a fare la parte del leone e a distinguersi in questo scenario. Autodidatta scrupoloso e membro di una famiglia di artigiani d’eccellenza – basti pensare la sorella Tiziana, una delle figure più apprezzate del centro storico – D’Auria porta in Francia la vitalità di un’arte antica, nata ai tempi di Carlo di Borbone e ancora oggi capace di sorprendere il pubblico di ogni latitudine.
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