
Io Padre Giorgio non l’ho mai conosciuto, ma so chi è. Lavoro a Castel Volturno da ormai otto anni e quando vivi un territorio così denso di storie, ti ritrovi a fare i conti con personaggi fantastici che hanno marchia-to la narrazione della Città. Dai fratelli Coppola a Miriam Makeba, fino ad arrivare addirittura a boss sanguinari come Giuseppe Setola. Castel Volturno ha più il sapore di uno Stato che di un comune, dove all’interno convivono in pochi km² centinaia, se non migliaia, di identità culturali diametralmente opposte che si incontrano in una strada che è una metafora del Mondo: la Domiziana.
In questa storia di uomini ed avvenimenti, oggi voglio parlare dell’idea venuta ad un uomo, anche piccolo, che decise un giorno di fare una cosa impossibile. Lui si chiamava Giorgio Poletti, un missionario comboniano che ha passato la sua vita tra i poveri, nei più disparati paesi del mondo. Accanto a lui c’era un omone gigante, con una camicia colorata delle tonalità afro ed un cappellino in testa di quelli malconci. Si chiama Franco Nascimbene e anche lui è un missionario, attualmente impegnato tra le minoranze etniche in Colombia.
Questi due folli, per vita o per missione, erano arrivati a Castel Volturno per occuparsi dei numerosi extracomunitari che qui trovano riparo. Per la maggiore africani che lo Stato finge di non vedere e che sono una componente strutturale del territorio, come tutte le cose sia nel bene che nel male. Parliamo di migliaia di uomini, donne e bambini che si trascinano il peso della clandestinità: un mantello che li rende invisibili agli occhi di Commissari straordinari, che poi così tanto non lo sono.
A fronte di tale indifferenza, l’idea di Franco e Giorgio è un patrimonio nel pensiero contrario del nostro Paese. Ma qual è quest’idea? I due missionari decisero di farsi un po’ prefetti e un po’ commissari, ma per conto di un’autorità più alta: l’Altissimo. Presero dei fogli e ci scrissero su una frase emblematica: “Permesso di Soggiorno in nome di Dio”. Li distribuirono tra i migranti, che più che alla provocazione cedettero alla speranza.
«In molti si presentavano negli uffici e lo presentavano come documento ufficiale» – mi diceva Tommaso con gli occhi pieni di gioia, divertimento e riscatto. Ad oggi quelle carte stracce sono volate nel vento, ma resta il peso di un’idea che mi fa tremare dentro la voglia di gridare contro le ingiustizie. È questo il frutto. È questo il senso delle genti che amano così tanto Castel Volturno da scegliere di darle ciò che non è richiesto. Giorgio e Franco ci hanno donato un frutto con un seme che non si esaurisce, va nel terreno, germoglia, diventa frutto a sua volta e ritorna seme. Perché così sarà sempre.
Nel tempo delle idee plasmate da una moda che ci rende indistinguibili anche nella protesta, l’irriverenza del pensiero contrario può essere il seme che custodisce la speranza. Ma non quella che si attende sul divano, con animo pigro ma positivo, bensì quella che si costruisce con l’impegno quotidiano e nell’azione di denuncia contro gli abusi. Mentre vi scrivo, ho una foto qui con me. Un uomo bassino ne guarda un altro alto e colorato, insieme sono attaccati a delle catene e le stesse sono legate al Palazzo della Prefettura di Caserta. Tra i due c’è un cartello: “I Missionari Comboniani chiedono di fermare i rastrellamenti, la repressione, le deportazioni di africani innocenti di Castel Volturno”.
Di questi due uomini non resta che l’eredità di una lotta ancora da compiere. Non solo quella per il pieno riconoscimento politico delle comunità africane di Castel Volturno, ma la lotta per la difesa di un dissenso vivo. Caro Giorgio, tu sei volato in cielo da poco e io non ti ho mai conosciuto. Ma dentro ti ho sempre sentito forte. Se davvero hai lasciato questa terra, non ti sei portato via il suo più ricco seme.
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