
La strada si incurva per seguire i monti che aprono il beneventano, la testa segue il tormento di un giovane cronista pronto ad affacciarsi nella dimora di un artista. È una parola di cui si abusa, tanto da diventare un aggettivo così svilito da perdere qualsiasi senso profondo e che lascia nell’anonimato chi lo è davvero. In un paesino del beneventano, Telese, vive riparato dal mondo uno dei grandi artisti che la Città di Napoli ha partorito nella culla dei suoi vicoli: Gennaro Angelo Sguro. Mi fa strada con la macchina e mentre la natura tiene d’occhio il nostro incontro, il Maestro mi apre le porte di casa sua. Si tratta di una vera e propria galleria dei suoi lavori più sentiti, cosicché la prima sensazione che si ha è quella di voler fuggire, non da casa sua ovviamente, ma da tutto ciò che non permette il godimento silenzioso dei colori di Sguro. Ero appena arrivato e volevo già starmene da solo avvolgendomi nei suoi scuri.
Il Maestro mi mette comodo e da qui iniziano i racconti che animano il suo spaccato di vita a Parigi piuttosto che a Zurigo, capitali in cui ha lavorato prolificamente venendo apprezzato dalla critica internazionale. Sguro però non è avvezzo all’autocompiacimento, ma notando il mio sguardo curioso cerca subito di farmi entrare nel tormento intellettuale ed emotivo che insemina le sue tele.
Inizia a parlarmi di Parigi e di quando pensò di star morendo poiché sentì la sua anima dileguarsi dal suo corpo fuoriuscendo dalla bocca. «Fu una sensazione che mi pose tanti enigmi e che mi ha cambiato. Ero seduto nella mia residenza parigina e all’improvviso sentii incombere un dolore profondissimo che voleva fuoriuscire: capii che si trattava della mia anima. Ne sono certo, non ero morto e il mio fisico sentiva la sua esistenza, così ho subito pensato che quella sensazione lacerante fosse un pezzo della mia essenza che voleva venir fuori. L’anima mi è uscita dalla bocca, provocandomi anche un forte dolore».
E se chiedi al Maestro quale risposta si sia dato dopo quell’accaduto, lui è sicuro: «È il mistero. Leonardo Da Vinci, guardando l’universo, disse che non ci aveva capito niente, cosa vuole che ci capisca io. Posso solo testimoniare quello che ho vissuto».
Il sogno ha un valore inestimabile per l’artista, che sembra recepire da queste sensazioni capaci di stimolare la mente alla visione del colore, come lo scoppio improvviso di un’emozione che solo in un sogno può nascere. Una cosa appare lampante: Gennaro Sguro non dipinge se non sente.
I racconti del Maestro si susseguono, ma tra tutti ce n’è uno che ha dato luce ad un’opera che ho potuto ammirare direttamente e che ancora oggi costituisce un’immagine indimenticabile per quanto viva.
«Tornavo da un premio di pittura a Ravenna- spiega il Maestro – era fine agosto e c’era buio, quando d’improvviso m’imbattei in una figura demoniaca che vidi apparire su di un muro. Ero sorpreso: la figura sembrava avere dei piedi e il ritmo costante del vento li muoveva. Mi avvicinai e sentii un freddo fortissimo attraversarmi le ossa, rimasi totalmente paralizzato da quella visione. Quando tornai a casa avvisai un caro amico, per invitarlo a fargli una foto che ho poi inserito nella mia monografia. Successivamente a quell’incontro vissi una delle mie estasi artistiche che più ricordo e conservo con me».
Fu da quell’evento, infatti, che l’artista venne tormentato da sensazioni che lo accompagnarono fino al suo box nel Parco Epomeo, dove produceva le sue opere.
«Era quasi buio e scendevo verso il mio box al Parco Epomeo, io abitavo alla scala Q Terzo piano. Mi attraversò una sensazione inspiegabile che mi spinse a prendere una tela di grandi dimensioni che era su un telaio poco raccomandabile. Presi un tubetto a caso: un verde oliva».
Chi conosce la pittura del Maestro sa che il verde non è tra i colori dominanti della sua tavolozza, così gli chiedo se questa osservazione fosse giusta, puntuale conferma: «Lo uso raramente e quando lo faccio me lo costruisco».
E così, nell’ambiguità di un tubetto mai usato prima, l’artista vive la sua estasi. «Ero lì davanti alla tela e agii, come la reazione di un uomo che non sa ma vorrebbe trovare la soluzione, gettai il colore davanti a me. Il verde iniziò ad aprirsi e io vedo il viso di Cristo, severo. Ansimavo ed ero con lo straccio in mano mentre mi affannavo a pulire e con il tubetto cercavo di ricreare una corona di spine. Guardando in prospettiva nell’occhio del Cristo, ho visto un viso di donna. Sarà la madre? Chi lo guarda con attenzione e in lontananza resta interdetto. Lo conservo gelosamente e non ho mai voluto venderlo».
Gennaro Sguro ha il volto segnato dal tempo e trascorre le sue giornate in casa in compagnia di sua moglie, circondato da gatti che cercano rifugio in una casa tratteggiata dalle tante sculture che il Maestro conserva. «Ho sempre cercato di allontanarmi da una rappresentazione fedele della realtà per cercare soggetti che potessero rappresentare qualcosa che va oltre, che si lascia all’incomprensibile» mi confessa.
Ed è proprio da questo frugare il mistero che nasce un’esigenza che si trasforma in istinto, capace di far nascere emozioni che differenziano da quelle che proviamo ogni giorno. Un esempio di ciò è il rapporto che l’artista sviluppa con gli oggetti circostanti, inanimati, ma capaci di comunicare grazie alla semplice esistenza. «Avevo pennelli nuovi, ma ho sempre usato quelli usurati perché sviluppavo con loro un legame che è difficile definire. Si tratta dei miei rapporti con le cose, come per le nature morte: quando andavo tra le botteghe venivo colpito da frutti e fiori che per me erano tanto vivi da parlarmi… altro che nature morte».
Il significato dell’esistenza d’altronde è una delle speculazioni artistiche maggiori per Sguro, tanto da portarlo a creare un simbolo che l’ha reso celebre nel mondo. “Esistenza”, Simbolo della Pace, che il Santo Padre Karol Wojtyla consegnò il 27 ottobre 1986 alle 47 delegazioni presenti alla Prima Conferenza di Pace di Assisi. È stato simbolo del “Premio Internazionale per la Pace” assegnato ai sette leaders mondiali all’incontro dei G7 di Napoli; a due premi Nobel; al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano (allora Senatore della Repubblica); a Michail Gorbaciov; al presidente francese Jacques René Chirac; all’attrice Audrey Hepburn per l’impegno come ambasciatrice dell’Unicef; all’attrice Sofia Loren; a Shahbaz Bhatti, Ministro Pakistano delle minoranze.
Insomma: l’artista napoletano si è fatto apprezzare nel mondo anche per la sua capacità di comunicare con l’arte idee di pace. Ma cosa pensa oggi Gennaro Sguro di quella convivenza pacifica tra i popoli, di quella sua cartella dal titolo “Per un mondo migliore” che ci augurava di affacciarci su una società più giusta?
«La Storia è una stronzata – chiarisce subito – io tanti anni fa ero impegnato in lavori artistici che componevano la collezione “Per un mondo migliore”. Ad anni di distanza mi ritrovo a guardare questo mondo e il pensiero è molto diverso. C’è chi è ottimista e si lascia convincere dalle sue falsità sul mondo, pensa di capire tutto e invece non ha inteso nulla. La verità è che la Storia è cattiva, quello che hanno patito i deboli nel corso della storia è la trasposizione dei massacri costanti che vediamo oggigiorno».
Il viaggio nei sogni coscienti di Gennaro Sguro continua, così mentre su Telese inizia a calare la sera, la stanza riempita da me e il Maestro si accende per un’ultima storia. A metà tra il disequilibrio di un sogno e l’impatto reale di un’emozione vissuta, si consuma un amore fatto di dolcezza e fascino: è la storia dell’incontro del Maestro con la sua ballerina.
«Non so se la sognai o la vissi veramente. In questo spazio tra sogno e realtà, ricordo che ero un giovanissimo pittore alle prese con un paesaggio che rifletteva luci e trascinava venti impetuosi. Fu una notte magica che vedevo in tutto il suo splendore, quando all’improvviso eccola: la ballerina. Comparve davanti bella e leggera mentre con i suoi passi delicati si muoveva nel paesaggio; tra noi si creò un legame profondo e io cercai in tutti i modi di seguirla con le mie pennellate. Fu all’improvviso che lei uscì dal quadro e si poggiò sulle mie gambe, mi guardò e iniziò a camminare per la stanza, per poi dirigersi verso la porta. Ero preoccupato, non volevo che andasse via e così la chiamai per nome dandole un monito: “Rosa, non allontanarti dalla stanza perché quando tornerai l’alba sarà già arrivata e io non sarò più in grado di disegnarti bella come sei”. Lei andò via lo stesso, senza voltarsi. Un giorno sentii chiamarmi “Azzurro, Azzurro!”. Risposi subito: “Rosa sono qua, ti ho sempre aspettato”. Lei ritornò bellissima, ma io non ero più quel giovane artista, ero solo un vecchio. Con le ultime forze che mi restarono la aiutai a salire nella tela, per poi morire. Lei continuò a chiamarmi ancora mentre il mio corpo veniva coperto da un argento che cadeva dal cielo. Se dovessi dare un nome a quella tela sarebbe proprio questo: “Azzurro, Rosa e Argento”».
Quest’opera, un olio su tela, purtroppo nessuno potrà ammirarla mai dato che è stata venduta ad un privato e si sono perse le tracce, il che ha lasciato un solco doloroso nella vita artistica di Sguro. Anche questa sofferenza, però, ha un colore artistico che trova continuità nel sogno raccontato dal Maestro. Difatti la storia di Azzurro e Rosa (il Maestro e la ballerina) finisce con una fotografia dolcissima di quel che è oggi quella storia d’arte e d’amore. «Guardai la ballerina ed entrambi sapevamo che sarebbe finita in un luogo in cui io non avrei mai potuto apprezzarla. Le dissi: “Ballerina, tu un giorno starai in una casa importante su un piano a coda bellissimo, tanti signori facoltosi ti guarderanno e proveranno a decifrare la tua espressione o i colori che ti avvolgono. Ballerina, loro non potranno mai capire la nostra notte magica”».
Si chiude così un pomeriggio trascorso tra storie e gatti. Alcuni si soffermeranno sulla veridicità delle storie, sull’interrogativo che si tratti di sogno o di fiabe ingegnose. C’è arte solo negli occhi di chi, guardando, sente. Grazie al Maestro Gennaro Sguro per averci fatto avvertire il suo messaggio con l’aiuto dei colori, riuscendo a mostrare ciò che non riusciamo sempre a vedere.
A Palazzo Santa Lucia è stata presentata la 64esima edizione del Giro di Campania, alla presenza dell’Assessora allo Sport...
La Costiera Amalfitana brucia ormai da giorni. Tra la devastazione e le fiamme alimentate dai forti venti, si lavora incessan...
Il 16 settembre 2026 sono stati ultimati i lavori riguardo il restauro dell’edicola votiva di San Gennaro, situata in piazz...
Come ogni mese torna la nostra rubrica culturale “Leggere che passione”, ecco i due libri consigliati ai nostri lettori. ...