
Nel centro di Caserta la presenza di panchine pubbliche risulta notevolmente limitata, soprattutto nelle aree di maggiore afflusso pedonale. Percorrendo strade principali come via Roma e via Mazzini, o altre meno frequentate ma comunque centrali come via Ferrara, via Ceccano o via San Carlo, possiamo infatti notare una quasi totale assenza di spazi pubblici appositamente pensati per la sosta.
Non è un’assenza casuale, ma una scelta sociale consapevole che si rifà alla logica della “prevenzione attraverso il design” (CPTED). Un approccio sviluppato in ambito urbanistico secondo cui la configurazione fisica dello spazio può essere utilizzata per influenzare e limitare i comportamenti degli individui; un ottimo esempio di questa misura precauzionale è costituito dalla cosiddetta “architettura ostile”; ovvero quell’insieme di soluzioni progettuali nato per impedire comportamenti quali il bivacco e il riposo prolungato all’interno degli spazi pubblici, e il cui scopo dichiarato dovrebbe essere preservare il decoro della città.
Nel tessuto cittadino questa impostazione è chiaramente riconoscibile: grate, cancelli e barriere costituiscono elementi ricorrenti. Esempi emblematici sono rappresentati dalle recinzioni che circondano la sede del Banco di Napoli in via Roma, che delimitano gli spazi antistanti le vetrate, e dalle panchine segmentate – i cui divisori metallici impediscono di sdraiarsi – situate all’interno della stazione ferroviaria. Queste superfici non ergonomiche, e gli spazi di sosta ridotti contribuiscono a ridefinire il panorama urbano. La città diventa quindi un luogo da attraversare, più che da vivere.
Ma ridurre tutto a una questione di design sarebbe superficiale, perché – analizzandolo bene – questo fenomeno risulta essere una risposta implicita della città ad una verità scomoda di cui Caserta è soltanto una palese restituzione: allontanare i senzatetto infatti si qualifica come una scorciatoia, una soluzione semplice alla loro presenza scomoda sul territorio, e nasconde il problema senza risolverne le cause.
A livello nazionale, infatti, 5,7 milioni di persone vivono in condizioni di povertà assoluta, e nello specifico nel nostro territorio le persone in fascia di povertà costituiscono l’11% della popolazione totale, come emerge dal dossier regionale sulle povertà redatto dalla Caritas nel 2025. Un dato che posiziona la Campania tra le regioni con i valori più alti di povertà assoluta, con incidenze superiori sia alla media nazionale sia a quella meridionale.
A questi dati si aggiungono le criticità legate al mercato del lavoro. Secondo il rendiconto sociale provinciale del 2024 il tasso di disoccupazione nell’area specifica di Caserta, infatti – seppur in diminuzione – rimane significativamente superiore alla media nazionale, con valori che si attestano intorno al 9%. Questo indica non solo una difficoltà di accesso al lavoro, ma anche una fetta rilevante di popolazione esclusa dalle dinamiche economiche. Parallelamente, l’aumento del costo della vita – nonostante Caserta si posizioni tra le province meno colpite dall’inflazione – incide in maniera crescente sulle condizioni materiali delle famiglie. E il rapporto tra redditi e spese essenziali – in particolare affitti, utenze e beni primari – evidenzia un significativo disequilibrio, con una quota sempre più grande di nuclei familiari che fatica a sostenere le spese ordinarie.
In risposta a queste crescenti esigenze economiche sono stati attivati sul territorio dei protocolli d’emergenza, come il Pronto Intervento Sociale (PIS). Un programma di prima assistenza attivo 24 ore su 24 – promosso dal comune e gestito dal Distretto Regio di Caserta C01 – dedicato al sostegno ai senza fissa d’amore e alle persone in stato di necessità. Attiva da lungo tempo sul territorio è invece l’associazione “L’angelo degli Ultimi”, che offre un pasto caldo e supporto medico ai senzatetto e gestisce la “Casa del sorriso”, un centro di accoglienza per soli uomini.
In questo contesto, quindi, la vulnerabilità economica non rappresenta una condizione marginale. È un rischio concreto e diffuso; e l’organizzazione dello spazio cittadino funge da specchio a questo panorama sociale. L’allontanamento dei clochard non è soltanto una questione estetica; i senzatetto rompono una narrazione. Ricordano che la miseria esiste, che è vicina, che non è qualcosa che riguarda “gli altri”. E per quanto non ci piaccia ammetterlo, è una problematica comune spesso ignorata.
Soltanto a Gennaio di quest’anno – precisamente la notte tra il 25 e il 26 Gennaio 2026 – è infatti stato effettuato un primo censimento delle persone senza fissa dimora. Il risultato è un numero impressionante, 10.037 persone. Se consideriamo che il conteggio è avvenuto soltanto su 14 grandi città dell’intero paese – e che sono stati esclusi i minori, chi vive in insediamenti organizzati o edifici occupati, e chi pur senza una casa è temporaneamente ospite da amici o parenti – otteniamo una cifra decisamente inferiore rispetto alle condizioni reali.
Dovremmo, perciò, mettere in discussione questa narrazione urbana centrata sul decoro e sulla vivibilità in favore di una più sociale che renda visibile una realtà di disagio tenuta frequentemente ai margini del discorso pubblico assumendoci la responsabilità collettiva delle condizioni estreme in cui vive un’ampia fetta di popolazione.
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