
La stazione si ferma. Era la mattina del 23 dicembre 1984, un giorno che non scorre via come tanti altri. Ancora oggi, nell’atrio della fermata di Napoli Centrale, si avverte il peso di un ricordo che non vuole dissolversi. Ogni passo risuona come un battito di memoria collettiva, un richiamo che unisce generazioni che non hanno visto, ma devono sapere. Il Rapido 904 non è solo il numero di un treno: è una ferita nella coscienza del Paese. Qui una figurina – stampata in 904 copie – diventa più di un oggetto, un ponte tra chi ricorda e chi impara a non dimenticare. Nella galleria dell’Appennino tosco-emiliano non furono solo 16 le vite spezzate e 267 i feriti: fu colpita un’innocenza collettiva che ancora chiede verità.
“La figurina della memoria è un simbolo, uno strumento. Fare una figurina dedicata a una strage è un modo per rendere più accessibili ai giovani questi argomenti”, spiega Rosaria Manzo, presidente dell’Associazione dei familiari delle vittime. E, del resto, sono proprio queste le parole che hanno animato l’iniziativa di Figurine Forever, l’associazione che ha realizzato la figurina, celebrando la consueta cerimonia commemorativa il 23 dicembre, prima nell’ingresso della stazione e poi al binario 11, da dove partì il rapido, davanti ai familiari e alle istituzioni. Così, la “Figurina della Memoria” – presentata nella sala convegni della Regione Campania al Centro Direzionale di Napoli – nasce da un’alleanza tra Figurine Forever, i familiari delle vittime, la Fondazione Pol.i.s. e la CGIL di Bologna e Napoli. Un progetto che si avvale del linguaggio popolare per far viaggiare la memoria oltre i manuali, per raggiungere le nuove generazioni.
A portare il saluto delle istituzioni sono stati Antonio De Jesu, assessore alla Legalità del Comune di Napoli, ed Emily Marion Clancy, vicesindaca di Bologna. Due figure che rappresentano un ponte che unisce due città entrambe ferite dal sangue delle stragi. A tal proposito, infatti, Clancy ha evidenziato che fare memoria “non sia neutrale, ma porti verità e giustizia”. Il Rapido 904 non fu un episodio isolato: una strage mafiosa che si insinuò negli ingranaggi dello Stato, parte di un disegno eversivo durante gli anni della strategia della tensione. Dal 1980 al 1984 – e anche prima – una catena di violenze colpì obiettivi diversi ma connessi tra loro. Far esplodere un treno carico di lavoratori e famiglie significò colpire il cuore delle comunità, spezzando vite e fiducia.
Il Rapido 904 segnò, in effetti, un punto di svolta radicale: il luogo in cui le ombre degli anni di piombo si intrecciarono con la violenza mafiosa, formando un nodo mai del tutto sciolto che attraversa la memoria fino alle stragi del 1992. “Napoli non poteva non sostenere un’iniziativa del genere”, sottolinea De Jesu. Quegli anni devono parlare soprattutto ai giovani, affinché certi abissi non si ripetano più. Libertà e democrazia non sono conquiste definitive, ma valori da custodire ogni giorno.
Il quarantunesimo anniversario assume così un valore denso: non si conta solo il tempo che passa, ma anche la resistenza civile. Quarant’anni dalla nascita dell’associazione dei familiari delle vittime, tra le prime in Italia a trasformare il lutto in una richiesta di verità. Le ferite giudiziarie restano ancora aperte, come ricorda Manzo: “Stiamo ancora aspettando di conoscere questi interessi e legami di cui tanto si parla e che non hanno avuto una definizione”. Senza una verità compiuta, la memoria resta incompleta e la giustizia una promessa non mantenuta.
Dunque, nonostante la figurina possa sembrare un oggetto minimo, apparentemente disarmante, è proprio lì che risiede la sua forza. Non impone, non spiega dall’alto: si fa riconoscere. “L’idea è usare un mezzo familiare a tutti, perché in Italia almeno una volta tutti abbiamo attaccato figurine”, ha raccontato Emiliano Nanni, presidente di Figurine Forever. Da questo gesto nasce un veicolo di racconto che tiene viva la memoria. La figurina diventa infatti una soglia: attira lo sguardo e spinge a esplorare libri, documenti e materiali per comprendere senza fermarsi alla superficie del ricordo.
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