
Ancora una volta l’Istat ha deciso di intraprendere un viaggio insolito nel cuore delle città italiane, con l’obiettivo di svelare quelle fragilità nascoste che troppo spesso affliggono la comunità. E non si trattano affatto di analisi superficiali, ma piuttosto di un’osservazione approfondita, volta a mettere in luce le aree in cui il peso del disagio socio-economico si avverte di più, tracciando così un quadro complesso e stratificato delle difficoltà di fronte alle quali migliaia di famiglie e individui si trovano a dover fare i conti.
Questa nuova iniziativa ha dato vita all’Idise, l’indice di disagio socio-economico, uno strumento decisamente innovativo, che oltrepassa la tradizionale scala comunale per porre il focus sul benessere a livello sub-comunale. L’Idise, del resto, non si limita a identificare la presenza di disagio: si propone, infatti, di mappare con attenta precisione i luoghi in cui queste difficoltà affondano le proprie radici nel tempo. Per farlo, l’Istat ha sviluppato una misura composita che integra ben nove dimensioni fondamentali: reddito, partecipazione al mercato del lavoro, stabilità occupazionale, livello di istruzione, condizioni familiari, dispersione scolastica, presenza di giovani al di fuori di percorsi di studio e lavoro, e anziani soli privi di una casa di proprietà.
Il risultato? Un racconto del disagio che si fa ampio, superando la mera definizione di povertà monetaria e definendo le complesse condizioni di vulnerabilità sociale. Un aspetto particolarmente innovativo dell’Idise è la sua scala territoriale. Questo indice viene infatti calcolato a partire dalle sezioni di censimento, ma la sua diffusione avviene attraverso aggregazioni che tutelano la riservatezza dei dati. Le Aree Sub-Comunali, derivate dalle Basi Territoriali 2021, e le Aree di Disagio socio-economico in ambito Urbano, sorte dall’unione tra sezioni contigue con punteggi elevati dell’indice, non corrispondono necessariamente ai quartieri amministrativi. Questi perimetri sono progettati per mettere in luce le reali concentrazioni di disagio, rendendole più comprensibili e trasformando la statistica in un valido strumento di lettura della realtà urbana.
Scendendo maggiormente nel dettaglio, a Napoli il fenomeno del disagio socio-economico non è per nulla sfocato, nè tantomeno relegato a determinate province. Del resto, i valori più elevati dell’indice sono concentrati all’interno di aree che includono anche i rioni più centrali, generalmente lasciati ai margini dai tradizionali racconti sul disagio urbano. Non a caso, infatti, in cima alla classifica si piazzano i quartieri del Pendino e del Mercato, nel centro storico del capoluogo partenopeo. Proprio qui persiste un malessere sociale alimentato da un intreccio di redditi bassi, scarsa partecipazione al mercato del lavoro e grandi scogli educativi, specialmente tra i giovani. Questo è il volto di un centro antico, ma impoverito, dove la densità urbana non si traduce per nulla in opportunità economiche diffuse.
Accanto al centro storico, il disagio assume contorni più strutturali nelle aree orientali e settentrionali della città. Quartieri come Scampia, Secondigliano, Miano, San Giovanni a Teduccio e Barra registrano, dopotutto, valori dell’indice di disagio costantemente superiori alla media comunale. In queste zone, la bassa intensità lavorativa delle famiglie, l’alta precarietà occupazionale e livelli di istruzione mediamente inferiori si intrecciano, creando un quadro che non può non destare alcuni campanelli d’allarme.
All’estremo opposto della scala del disagio, poi, si trovano i quartieri collinari e occidentali della città. I valori più bassi dell’indice si rilevano soprattutto in zone come l’Arenella e il Vomero, seguiti immediatamente dopo da Posillipo e Chiaia. In queste zone, fattori come tassi di occupazione più elevati, una maggiore stabilità lavorativa e livelli di istruzione superiori contribuiscono a un contesto socio-economico più favorevole.
In sintesi, la mappa del disagio socio-economico dipinge una Napoli divisa non solo da disparità di reddito, ma soprattutto dall’accesso alle opportunità in termini di lavoro stabile, istruzione e percorsi di autonomia per i giovani. Senza una strategia mirata e uno sviluppo armonico che integri queste dinamiche urbane, né il turismo né l’innovazione potranno garantire automaticamente l’inclusione sociale. Risulta essenziale, dunque, implementare politiche che redistribuiscano opportunità, promuovano il lavoro di qualità e investano nell’istruzione. Questa immagine, dunque, non si limita a ritrarre il presente, ma solleva importanti interrogativi sul futuro di Napoli e sulla capacità delle politiche pubbliche di tradurre lo sviluppo in coesione territoriale, contribuendo a colmare le disuguaglianze attuali.
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