
Paese che vai, sanità che trovi: oggi raccontiamo una storia che ha a che fare con la salute e l’accesso ai servizi sanitari nel villaggio globale che, purtroppo, non tende a migliorare. Più di 1/3 della popolazione mondiale non ha accesso alle cure: 2 miliardi di individui; mentre 15 milioni di persone muoiono ogni anno a causa di malattie infettive. Dopo l’esperienza della pandemia dovremmo aver capito tutti che ci vuole una maggiore giustizia sociale per gli immigrati e per coloro che soffrono in Paesi poveri o dilaniati dalle guerre.
La salute è un diritto? Lo chiediamo a Camilla Cafiero, giovane operatrice sociale e attivista che si occupa di accoglienza e integrazione delle straniere e degli stranieri.
«La salute è un diritto. Riconosciuto dai principali attori internazionali come le Nazioni Unite e rientra tra i diritti umani fondamentali di cui tutti dovrebbero poter liberamente e facilmente godere, ma il diritto alla salute non è uguale per tutti. In molti paesi, tra cui la Somalia, i sistemi sanitari sono stati distrutti dalle guerre civili, gli ospedali sono strutture depredate e si ha difficoltà a reperire la strumentazione e i medicinali necessari a curare alcuni tipi di patologie, dalle più comuni alle più rare».
«Yusuf, nostro amico e mediatore culturale che vive da anni in Italia, ci ha chiesto supporto per far arrivare il nipote in Italia. Abdikani è un ragazzo somalo appena diventato maggiorenne affetto da un tumore al cervello che ha urgente bisogno di cure specialistiche ed immediate che in Somalia non sono in grado di garantirgli».
«Il processo che ha portato al rilascio del visto per cure mediche è stato lungo e pieno di rallentamenti burocratici. Grazie al supporto fondamentale e alla caparbietà della dottoressa Francesca Barrella siamo riusciti ad ottenere la disponibilità dell’Azienda Ospedaliera di Sant’Anna e San Sebastiano di Caserta a curare Abdikani, dandogli la concreta possibilità di migliorare le proprie prospettive di vita. Abbiamo conosciuto il neurochirurgo di questo ospedale il Dott. Alberto De Bellis, il quale si è rivelato disponibilissimo tant’è che ci ha supportato nelle infinite e lentissime faccende burocratiche».
«Abbiamo coinvolto l’Aps Terra Phoenix, Cidis Onlus, e l’associazione Dub On The Tops, poiché unendo le forze saremmo stati in grado di far fronte nella maniera migliore a tutte le difficoltà che questo viaggio per motivi sanitari ci ha posto dinanzi. La durata sarà legata all’evoluzione della situazione e va dai sei mesi ad un anno. Ma soprattutto perché stiamo valutando l’idea di costruire un canale sanitario permanente per aiutare i centomila Abdikani che vivono in Somalia ed hanno necessità di cure di qualità. Riteniamo infatti che tutto ciò sia il minimo che si possa fare per sostenere ragazze e ragazzi, con diverse patologie tumorali, che vivono in un Paese instabile, povero, devastato dal biocidio, a causa di 71 anni di colonizzazione italiana; nonché degli sversamenti di rifiuti speciali pericolosi e radioattivi che negli anni si sono succeduti ad opera degli Stati ricchi».
«Per supportare le spese relative alla stipula di un’assicurazione sanitaria per Abdikani (con eventuali accompagnatori) e di prenotare i viaggi di andata e ritorno, da e per Mogadiscio, abbiamo deciso di lanciare una raccolta fondi, appoggiata dalle sopracitate associazioni e i cui proventi verranno totalmente utilizzati per garantire ad Abdikani tutte le cure necessarie. Infine, stiamo organizzando una festa dub per il 12 febbraio a Villa Giaquinto a Caserta, città dove Abdikani sarà operato; e una mostra di pittura nella ex chiesa delle concezioniste di Giugliano in Campania, durante le quali sarà possibile sostenere liberamente la raccolta fondi per Abdikani».
Chiediamo quindi a tutte e tutti di partecipare e sostenerci e donare tramite la piattaforma Growish, scansionando il QR Code, e di seguirci nella pagina Instagram e Faceboook “Una, nessuna centomila vite”. Per Abdikani, per le centomila, perché nessuna sia più nessuno.
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