
Sorge ad oggi incastonata su un lembo di strada, come fulgida testimonianza di una Napoli che fu. Su una sorta di spartitraffico per un assetto urbanistico che ad oggi non restituisce l’immagine di un tempo, ma del quale permane il ricordo proprio attraverso questo gioiello del Cinquecento. La Chiesa di Santa Maria di Portosalvo, oggi isolata rispetto ad altri edifici, testimonia l’antico porto di Napoli ed il quartiere che allora lo caratterizzava. Mura permeate di storia, tra le quali restano vivi i ricordi, i respiri ed i racconti tramandati dalla popolazione partenopea. Una gemma per il patrimonio culturale napoletano ed un esempio come modello di riqualificazione e rigenerazione vincente.
Chiusa per oltre 20 anni, grazie all’azione del Comitato di Portosalvo la chiesa ha riaperto le sue porte ed è tornata ad essere luogo di ritrovo per la comunità. Una narrazione diversa che, non senza difficoltà, ha trovato il suo lieto fine. «È una storia lunga più di 30 anni: abbiamo affrontato un percorso molto complicato, anche di carattere giudiziario. – racconta Antonio Pariante, Presidente del Comitato di Portosalvo e membro del Comitato Tecnico-Scientifico Unesco del Comune di Napoli – Nel 2004 con i Carabinieri dei Beni Culturali e la Soprintendenza entrammo di forza in chiesa e trovammo il disastro: quello fu l’avvio di questa vicenda». Un intervento che consentì all’epoca di mettere in salvo il tesoro della chiesa: ori, argenti e le opere d’arte rovinate dall’azione dei roditori e del tempo. «A questo è seguito un lunghissimo periodo di controllo ed una fase legata ai primi tentativi di restauro. Subimmo anche una truffa per via delle sponsorizzazioni pubblicitarie che richiese l’intervento della magistratura e portò addirittura a 12 arresti nel clan dei casalesi». Il Comitato di Portosalvo ha portato avanti negli anni un lavoro quotidiano per restituire alla collettività un bene che ad oggi risplende in via Alcide de Gasperi. «Attraverso fondi pubblici e raccolte riuscimmo a completare gli interventi sul cassettonato, il restauro delle statue e del dipinto di Battistello Caracciolo». La chiesa è stata riaperta ufficialmente al pubblico tre anni fa grazie ad una dichiarazione di intenti e di impegni con il Cardinale Battaglia.
La forza del modello della Chiesa di Santa Maria di Portosalvo, però, non si esaurisce nel racconto della caparbietà del Comitato, quanto piuttosto nella lungimiranza di affidare questo bene ad una cooperativa di giovani. «Si pensò di coinvolgere i giovani fin da subito. La Chiesa rappresentava il passato, noi del Comitato eravamo il presente ed il futuro non poteva che essere loro: questa è sempre stata la nostra volontà. La rinascita delle chiese di Napoli non può passare unicamente attraverso il ripristino della funzione religiosa: è necessaria la restituzione della vita a questi luoghi ogni giorno. Con i giovani si dà questa possibilità a tali spazi: è questa la formula vincente».

La Chiesa di Santa Maria di Portosalvo è affidata alla Coopertiva Sociale Culturadice, che promuove all’interno di questo luogo qualsiasi attività culturale possa arricchire la comunità nel rispetto degli spazi. «La Cooperativa Culturadice nasce nel 2023 da un gruppo di giovani ragazzi con l’obiettivo di valorizzare il territorio in cui viviamo attraverso un’azione concreta. – spiega Luigi Ciliberti, Presidente della Cooperativa – La prima è stata quella di riaprire le porte della Chiesa di Portosalvo ed ospitare al suo interno eventi culturali: tutto ciò che serve ad attrarre persone e far sì che questa chiesa, chiusa per 25 anni, finalmente possa rivedere un futuro migliore». Ad oggi la Chiesa è aperta dal martedì alla domenica, grazie anche all’impegno di ragazzi volontari del servizio civile che si impegnano per realizzare visite guidate ed organizzare eventi. «La nostra forma societaria, quella di una Cooperativa Sociale, chiarifica qual è la nostra missione: unire il sociale alla cultura. Affidare questo spazio ai giovani è un modello vincente perché l’impegno di ognuno ci ha aiutato a sviluppare tante idee innovative e mantenere viva questa chiesa quotidianamente». Un modello che unisce la riqualificazione degli spazi alla gestione giovanile di questi ultimi, consentendo una vera e propria rinascita duratura nel tempo. Un connubio vincente che potrebbe essere applicato a tante altre realtà da restituire al centro storico di Napoli, che, come ricorda il dott. Pariante, «è il più grande d’Europa per dimensioni».
Più piccola per dimensioni rispetto alla Chiesa di Santa Maria di Portosalvo, ma che condivide con quest’ultima una rinascita, la Chiesa di Santa Maria della Vittoria all’Anticaglia ha riaperto le sue porte ai visitatori, recuperando lo splendore di un tempo, ma assumendo al contempo una nuova veste. Nel cuore del centro storico di Napoli, infatti, il tipografo Carmine Cervone ha creato all’interno di questa chiesa, dopo averla ripulita e messa in sicurezza, il primo Museo della Tipografia campano. «Si tratta del primo monumento a Napoli e in Campania dedicato alla storia della stampa e della tipografia: eravamo l’unica Regione in Italia a non avere un monumento del genere ed è bello mettere fine ad un triste primato», racconta Cervone. «Ho ottenuto in concessione questa cappella nel 2021 e quando sono entrato i rifiuti arrivavano sotto il pulpito: non si vedeva nulla. C’era la necessità di fare i lavori di messa in sicurezza per rendere il luogo fruibile e con tanto impegno siamo riusciti a dargli nuovamente una vita». Un Museo della Tipografia che racchiude tutti i passaggi storici di evoluzione di quest’ultima, permettendo ai visitatori di assistere anche ad una performance di stampa. «In questo percorso ci sono tutte le esperienze che ho fatto in tre generazioni per quanto riguarda la stampa e la tipografia. Raccontiamo l’invenzione della stampa, lo step della litografia, le evoluzioni degli anni ’90: c’è anche un omaggio a Totò ed a La Banda degli Onesti».

Uno spazio per decenni chiuso che ritrova oggi la luce per aprirsi ai visitatori e far riemergere la propria bellezza. Narrazioni che ci ricordano che per il patrimonio culturale può esserci – e deve esserci – un finale diverso dall’abbandono ed il degrado.
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