
Diventare insegnanti in Italia è difficile, ma esserlo risulta una vera e propria epopea. A sostenere la scuola, tra strutture fatiscenti, contratti atipici e promesse politiche non mantenute tra destra e sinistra, troviamo un esercito di precari. Nelle nostre classi, secondo l’indagine condotta da Tuttoscuola, in riferimento alla situazione del 2020-21, un docente su quattro è precario, con percentuali più alte nel Nord Ovest e nella scuola secondaria di primo grado. Dietro questi dati, non dimentichiamolo, si posizionano individui con le proprie storie e necessità ed è per questo che abbiamo voluto intervistare Assia Rasulo, attivista e docente precaria di lingue tra Napoli e Caserta, per comprendere cosa significa far parte di quell’esercito che sorregge il nostro sistema scolastico.
«Insegnare da precaria al sud significa abitare la scuola a intermittenza, lasciare e ricominciare. Questa intermittenza oltre a tradursi in instabilità economica, agisce anche in termini di autostima. Si fa fatica a riconoscersi con orgoglio nel ruolo docente, che sembra sempre di non meritare mai completamente. Significa reinventarsi daccapo ogni volta, ritrovare nuovi approcci per gli studenti, che saranno sempre diversi. E accanto ai nuovi volti, nuovi testi e spazi, bisogna reimparare anche nuovi metodi. Perché ogni scuola è diversa dall’altra, diverse sono le possibilità del territorio e di chi lo abita. Il precariato ci nega la possibilità di essere liberi di portare a termine quello che abbiamo cominciato. E in questo fare scuola a singhiozzi perdiamo tutti, docenti e studenti».
«Significherebbe anche affrontare spese maggiori. In questa storia di chi fugge e di chi resta non si può non considerare un fatto: è fondamentale difendere il proprio diritto a restare, e sarebbe ora di parlare in termini di restituzione di giustizia sociale. La cultura scolastica è anche una cultura di classe, e quando si parla di meridione non si possono non considerare che al sud subiamo differenze di accesso all’istruzione così come differenze di accesso al lavoro».
«A definire le disparità è la politica assente sul piano dell’istruzione. Se si pensa a una serie di riconoscimenti come la carta docente che serve a garantire una quota da spendere in formazione. Essa è garantita dal Ministero solo ai docenti di ruolo, solo da poco numerose battaglie dei sindacati che da anni lottano per questo, stanno riuscendo a cercare di rivendicare un uguale trattamento».
«La precarietà del corpo docente influisce sugli studenti, perché non garantita è la continuità didattica. Questa infatti dovrebbe essere requisito necessario per un’azione educativa attenta alle necessità degli studenti, ma resta solo una teorica chimera. Continua è solo la cecità della politica a restare sistematicamente lontano dalla scuola».
«La speranza è che si cominci a parlare di scuola da dentro la scuola stessa come primo strumento democratico e libero. Una riforma efficace deve tener conto delle criticità che ci sono tra territorio, classe sociale e genere. Prevedere un’educazione all’affettività e alla sessualità. Una riforma che sia efficace non può che essere intersezionale».
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