
Quella che segue è la solita lagna che ad ogni elezione viene fatta sull’aumento dell’astensionismo. Le solite frasi che ci ripetiamo da anni: “È una vergogna! Non c’è più coscienza politica da parte dei cittadini! Si sanno solo lamentare, poi quando c’è da scegliere stanno a casa!” o roba più sofisticata del tipo: “Abbiamo lottato per secoli per questo diritto, ora lo buttiamo via!” o ancora la classica sentenza dei partiti quando urge fare un’analisi della sconfitta alla stampa: “Ha vinto l’astensionismo. Dobbiamo capire come riacciuffare quella parte di elettori.”
No. Non è vero. Questa lagna va avanti ormai già da un po’, evidentemente senza successo. Dovremmo piuttosto cercare, per qualche minuto, di porci domande che finora nessuno si è fatto e trovare risposte a domande che nessuno ha pensato. Quest’articolo si prefigge l’obiettivo di arrivare a ciò.
Lo scenario propinatoci dalle elezioni regionali in Campania era uno spettacolo al quale ero già preparato. C’è uno speciale nello scorso Magazine, in cui si preannunciava un flop dell’affluenza abbastanza prevedibile. Ciò che non avevo affatto previsto è che la Campania sarebbe stata quella uscita meglio. Se, infatti, nella nostra regione si è segnalato un calo “solo” dell’11% di affluenza, In Veneto la contrazione è stata del 17% e in Puglia, con un calo del 15%, si è arrivati alla ridicola cifra del 41% di affluenza.
Ora, di astensionismo non è che non se ne parli, anzi, come detto prima diventa talvolta argomento di discussione preferito di alcuni politici quando conviene. Il punto è che si pongono le domande sbagliate. Si parla ancora del partito degli astensionisti come un’erbaccia da estirpare, da qualunque lato provenga la polemica. Che si dia la colpa ai cittadini, irrispettosi di un diritto conquistato col sangue, o alla politica, rea di aver disilluso i cittadini, l’astensionismo è un problema di seconda mano. Nei salotti televisivi, tra un “siete dei fascisti” o “siete comunisti”, un “è colpa dei governi precedenti” e un “la sinistra deve tornare a parlare coi cittadini” trova a volte spazio, timidamente, un “oh, e comunque la gente manco vota più”.
Eppure, la domanda che dovrebbe essere al centro della discussione, ormai, non è più un semplice “come fare a ravvivare i disillusi?” Bensì una che mina ancora più alla base i principi di uno stato, cosiddetto, democratico: Quale immaginario di democrazia sorregge un Presidente (della Regione oggi, del Consiglio un domani) votato in delle elezioni in cui molto meno della metà degli elettori ha votato? Ci sarà un limite sotto il quale metteremo in dubbio l’ideale di democrazia come la conosciamo, o no? Se gran parte dei politologi e filosofi moderni concordano sul fatto che la democrazia si riduca ormai al momento della scelta dei rappresentanti da parte dei rappresentati, per poi tradursi in una élite che decide sul popolo, perché accettiamo così di buon grado la marcescenza di quest’ultimo baluardo che ci è rimasto? In Puglia Antonio Decaro ha vinto col 65% dei voti. Osannato a sinistra e rispettato a destra, il suo risultato è stato accolto come se avessimo assistito ad un plebiscito. Ma sapete quant’è il 65% del 41% dei votanti? Il 26%. Significa che quello che ci stanno annunciando come una vittoria stratosferica è un Presidente scelto da 1 elettore su 4. E se questo è il dato del più vincente di tutti, figuratevi quello delle altre regioni quanto può essere imbarazzante.
Ma voi ve lo ricordate il voto di opinione? Quello lì dove tu, in cabina elettorale, sceglievi il candidato che ti sembrava più serio, più affine alla tua ideologia, più attinente alla tua idea di paese. Non perché ti aveva promesso, che ne so, un condono o un reddito di cittadinanza; non perché era un tuo parente, o perché quel partito ormai lo voti da anni e quindi manco ti disturbi a vedere il programma elettorale o le liste, come fosse un abbonamento annuale.
Il voto di opinione, ahimè, è defunto. Evapora a dismisura con l’evaporare dell’affluenza. È l’unico tipo di voto che risente dell’astensionismo. Il voto di scambio e quello di appartenenza resistono benissimo. Questo va solo ad aggiungersi a ciò che si è detto prima, non che sia un’aggiunta da niente. A votare sono sempre di meno, sì, ma non è solo la quantità del voto ciò che ridicolizza la legittimità democratica del 2025, è anche la qualità del voto. Se chi rimane a casa è chi una volta ci credeva davvero alla sua scelta, e chi va dentro la cabina è chi di dove mettere la X non ne fa una scelta “democratica”, perché dovremmo considerare “democratica” l’elezione conseguente?
Forse chi legge è troppo abituato a sentire una sola retorica sull’astensionismo, cioè quella della gente che non alza il didietro dal divano. Vi stupirà scoprire che in alcuni paesi si è istituzionalizzata la scheda nulla o bianca, rendendo il voto nullo non più un difetto del sistema di voto, come siamo abituati a concepirlo, ma un voto che sia protesta e al contempo utile. In India, dal 2013, le macchine per il voto elettronico nei seggi elettorali devono presentare l’opzione “nessuna delle precedenti”. In Spagna è successo che delle liste si siano presentate promettendo di non utilizzare i seggi conquistati, creando il concetto di seggi vuoti che non saranno occupati dai vincitori; ed è accaduto, due volte, in due comuni, Gironella e Foixà.
In Indonesia viene aggiunta l’opzione “Nona (None of the Above)” che nel 2018 ha “vinto” contro l’unico candidato sindaco di Makassar, costringendo a nuove elezioni. In Nevada, negli Stati Uniti, c’è la stessa opzione, che ha “vinto” due anni fa contro Nikki Haley, l’unica candidata alle primarie repubblicane. Appare evidente che in Italia non ci sia la voglia di scostarsi dal paradigma classico con cui si parla di astensionismo, né individuando possibili antidoti veloci (in Estonia, l’introduzione del voto digitale ha aumentato del 5%) né interrogandosi sul fatto che la poca qualità della classe dirigente renda legittima l’equivalente poca volontà del cittadino di scegliere tra un politico scarso e un politico corrotto, di fatto elevando la scelta di non “scegliere” a voto vero e proprio.
Un piccolo appunto finale, perché è giusto ricordare come stanno le cose, quali sono le colpe e chi ne ha la responsabilità.
Se un cittadino non vota perché sa niente di politica, non è colpa del cittadino, è colpa di un sistema scolastico che non conferisce alcun senso delle istituzioni e dello Stato, nessuna cultura e/o coscienza politica alcuna, e lo fa consapevolmente e colpevolmente, perché preferisce quel tipo di cittadino lì, essendo molto più innocuo;
Se un cittadino non vota perché se ne frega della politica, non è colpa del cittadino, è colpa di chi ha scelto di rincoglionirlo per anni con TV spazzatura, giornali spazzatura e Social spazzatura fino a convincerlo che il suo voto a Sanremo è una scelta da fare ponderatamente e con accuratezza, mentre il suo voto alle elezioni è qualcosa di cui può fare tranquillamente a meno, tanto non gli cambia la vita.
Se un cittadino non va a votare perché gli fa schifo qualsiasi candidato, non è colpa del cittadino, è colpa della classe politica talmente piatta e corrotta da non dare alcun motivo valido affinché egli possa pensare che il suo voto possa effettivamente cambiare qualcosa.
Dovremmo smetterla di vedere l’astensionismo come un modo per sentirci superiori agli altri, esibendo la nostra tessera elettorale e stigmatizzando chi non dovesse essere bravo come noi, noi che compiamo il nostro dovere da cittadini coscienziosi, perché è per questo che hanno combattuto i nostri nonni. Lasciatevelo dire da chi è andato a votare come ogni maledetta volta in cui doveva farlo: no, non è per questa democrazia che hanno combattuto i nostri nonni.
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