
La rassegna “Un’Estate da Re”, ospitata nella maestosa cornice della Reggia di Caserta, è diventata improvvisamente teatro di un caso che ha superato i confini nazionali. Al centro dell’attenzione non c’è, stavolta, la bellezza della musica o il valore degli artisti coinvolti, ma la presenza – controversa e simbolicamente carica – di Valery Gergiev. Non un direttore qualsiasi, ma una figura strettamente legata al potere politico del Cremlino, e al presidente russo Vladimir Putin in particolare.
“Un’Estate da Re” è un evento pubblico, sostenuto dalla Regione Campania attraverso SCABEC, in collaborazione con il Ministero della Cultura, il Comune di Caserta, la Direzione della Reggia e il Teatro Verdi di Salerno. Un progetto culturale nato nel 2016 su impulso del presidente Vincenzo De Luca per valorizzare uno dei siti UNESCO più prestigiosi d’Italia. Proprio per la sua natura istituzionale, la scelta di invitare Gergiev non può essere derubricata a semplice decisione artistica. Gergiev è infatti ben più di un musicista di fama internazionale. È un personaggio pubblico che ha assunto, negli anni, posizioni inequivocabili. Ha diretto concerti in Crimea per celebrare l’annessione russa del 2014, ha evitato qualunque condanna dell’invasione dell’Ucraina nel 2022, ed è stato allontanato da numerose istituzioni culturali europee e americane proprio per questa sua vicinanza al regime di Mosca.
In un’Europa ancora attraversata da un conflitto che sta causando vittime civili e un trauma geopolitico senza precedenti, accogliere Gergiev in un evento finanziato con fondi pubblici solleva interrogativi non ideologici ma culturali e morali. Cosa rappresenta oggi una figura come Gergiev? E quale messaggio lancia un’istituzione italiana che lo invita senza alcun tipo di contestualizzazione? L’arte non è neutra. E meno che mai lo è quando è sostenuta da fondi pubblici e accade in luoghi simbolici. Ogni scelta culturale ha un impatto e comunica un sistema di valori. Pensare che la musica “debba restare fuori dalla politica” è un’illusione rassicurante, ma non realistica. Il Maestro Gergiev è un grande direttore e lungi dal sottoscritto pensare il contrario. Ma oggi rappresenta anche un simbolo vivente, parte attiva di un immaginario geopolitico che richiama a rapporti di potere, silenzi complici e diplomazie sotterranee.
Certo, va evitata la confusione tra cultura russa e propaganda putiniana. Episodi come la cancellazione delle lezioni su Dostoevskij del Professore Paolo Nori all’Università Bicocca sono stati la causa di un timore infondato legato alla sua origine russa. Una reazione eccessiva che mostrava i rischi di una cultura che si autocensura per ansia di “fare la cosa giusta”.
Ma Gergiev non è un autore del passato. È un uomo del presente, con precise affiliazioni e posizioni politiche note. Sceglierlo oggi, in un contesto istituzionale e in assenza di qualunque presa di distanza pubblica dal conflitto in Ucraina, rischia di risultare una legittimazione implicita. La normalizzazione dell’inaccettabile. L’Italia ha assunto una posizione chiara sul conflitto ucraino. Lo ha ribadito il Presidente Mattarella ricevendo ultimamente Volodymyr Zelensky, e lo dimostrano le sanzioni europee ancora in vigore contro la Russia. Per non parlare della Santa Sede. Accogliere Gergiev proprio ora, senza porre nemmeno il tema di una sua presa di posizione sul conflitto, rischia di incrinare la coerenza tra diplomazia ufficiale e programmazione culturale. Il rischio non è solo mediatico. È politico. È civile.
Sarebbe stato legittimo, e forse doveroso, chiedere a Gergiev una dichiarazione pubblica sulla guerra. O, quantomeno, orientare la scelta su altri direttori d’orchestra di pari livello, non coinvolti in dinamiche così compromesse. In Europa e nel mondo non mancano artisti capaci di coniugare eccellenza artistica e indipendenza etica.
Si corre il pericolo di trasmettere un segnale ambiguo, ovvero che l’Italia tolleri – anche solo sul piano simbolico – la presenza di figure legate a un regime attualmente sotto sanzioni e condanna internazionale. Escluderlo, però, significherebbe anche confermare una logica in cui l’arte è autorizzata a esistere solo se politicamente approvata. E questo pone una questione altrettanto delicata: vogliamo davvero trasformare i cartelloni culturali in manifesti ideologici? O possiamo invece chiedere agli artisti – e ai curatori – una riflessione più profonda, una consapevolezza maggiore del momento storico in cui operano?
Il problema non è Gergiev. È chi lo ha invitato, come lo ha fatto, e perché. In un’epoca in cui ogni gesto pubblico ha eco globale, la cultura non è mai solo bellezza. È scelta. E le scelte, oggi più che mai, hanno un significato che va oltre il palco.
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