
All’Università Federico II di Napoli si discute l’appello “Unina per Gaza”, un documento che doveva essere il segno concreto di una presa di posizione e che invece, per molti sindacati studenteschi, somiglia all’ennesimo esercizio di equilibrismo accademico: si condanna senza troppa durezza, si solidarizza ma senza disturbare, si denuncia ma con garbo. Per le voci da noi sentite si tratta dell’arte tutta universitaria di fare politica indossando i guanti bianchi, ma a Gaza è in corso un genocidio.
Sessantamila morti, intere città rase al suolo, ospedali e scuole cancellati, la fame trasformata in arma. A richiamare l’Ateneo a posizioni più radicali è il sindacato studentesco LINK Napoli, il quale si posiziona in modo critico nei confronti di una dichiarazione che, secondo il loro parere, gioca a fare la voce coraggiosa mentre si cerca di non disturbare nessuno. Ad entrare nello specifico della questione è Francesca Margherita Sapere, consigliera nel dipartimento di Scienze Sociali «Sentiamo il bisogno di intervenire in merito alle parole presentate nell’appello, le quali risultano ancora timide e insufficienti e dopo due anni di genocidio non possiamo dubitare ancora su quello che succede a Gaza».
Per gli studenti pare che si cerchi il sinonimo giusto che non irriti il governo e che non rovini il curriculum di chi oggi governa le università. Si cerca, secondo Link, di non incrinare i rapporti con la Leonardo Spa e con il comitato Med-or nonché con possibili partner israeliani.
Francesca su questo affonda il colpo «Anche se nell’appello viene detto, e cito “non intendiamo punire e isolare il popolo e la comunità scientifica israeliana, ma solo adottare ulteriori strumenti di pressione sul governo israeliano per rafforzare la mobilitazione della società civile”, è impossibile negare non solo la complicità ma anche il ruolo attivo delle università israeliane nel genocidio in corso. Per questo pensiamo che il boicottaggio sia uno strumento di pressione e soprattutto di resistenza necessario e permanente».
A questo, per Francesca, si aggiunge la farsa burocratica di far passare il testo per 27 dipartimenti che non hanno alcun potere deliberativo in materia di cooperazioni internazionali. Questo perché la possibilità di delibera spetta esclusivamente al Senato Accademico e al Consiglio di Amministrazione, organo statutariamente competente in materia di internazionalizzazione e pertanto non ai Consigli di Dipartimento. La polemica continua anche sulla paternità del testo: l’appello è stato scritto interamente dall’alto per poi farlo visionare a tutti, secondo gli studenti un modo per sviare le contestazioni.
Alle questioni squisitamente linguistiche, LINK, il sindacato studentesco indipendente, chiede misure più nette: che L’Ateneo si pronunci apertamente contro l’assenza di corridoi umanitari e visti dedicati per gli studenti palestinesi, che il Rettore solleciti il governo ad aprire un tavolo con le autorità palestinesi, che venga istituita una task force di supporto legale e logistico per gli studenti palestinesi. Si chiede di evitare appelli dal tono paternalistico, ma azioni concrete per contribuire alla fine dell’occupazione di Gaza da parte dell’esercito israeliano.
Queste richieste seguono un principio preciso di cui parla Francesca «Alla base delle nostre rivendicazioni c’è un assunto invalicabile, e cioè che le università non saranno mai luoghi neutri. Nel testo che vogliamo emendare sono presenti richieste e necessità che la componente studentesca porta avanti da due anni nonostante la repressione istituzionale. Durante le mobilitazioni all’interno degli atenei gli studenti hanno messo in discussione gli accordi tra università italiane e università israeliane. Non vogliamo che i nostri luoghi del sapere siano sporchi di sangue.
L’Università ha soprattutto una funzione morale che è quella di condannare ogni forma di oppressione». Secondo la consigliera di dipartimento se non si afferma senza remore ciò che realmente sta accadendo a Gaza e se non si organizzando piani concreti per gli studenti palestinesi, allora quello che succede nelle nostre università non è un atto di solidarietà, ma l’ennesimo documento vuoto.
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