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Un’isola, molte voci: reportage da Cipro tra geopolitica e arte 

Redazione Informare
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12 novembre 20259 min di lettura

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Un’isola, molte voci: reportage da Cipro tra geopolitica e arte 

Indice (7)

  • 1Cipro, cuore del Mediterraneo 
  • 2Il Museo Nazionale di Cipro a Nicosia: una collezione di storie 
  • 3Intervista a Iannis Eliades, Direttore del Museo Bizantino e vicepresidente della Società degli Studi Cipriota  
  • 4Dott. Eliades, ci può parlare anche del Museo Bizantino, di cui è direttore? 
  • 5Sappiamo che il recupero di determinate opere è una storia complessa, ma affascinante. 
  • 6Come vengono esposte le opere recuperate dalla parte occupata? 
  • 7Cipro, dove ‘il miracolo funziona ancora’ 

Il viaggio a Cipro organizzato dal Club UNESCO Caserta in collaborazione con l’associazione ‘InformaMentis Europa’ e con l’ospitalità della Società degli Studi Cipriota nel progetto ‘Erasmus KA121 Adult Education’, ha visto la partecipazione di Informare. Dopo il reportage dello scorso mensile, con l’intervista alla Dr.ssa Marina Solomidou-Ieronymidou Presidente della Commissione Nazionale UNESCO di Cipro, entriamo ancora più a fondo nel racconto di questo viaggio con le testimonianze di alcuni dei protagonisti che ne hanno preso parte. 

Cipro, cuore del Mediterraneo 

Quella del Mediterraneo orientale è un’area da troppo tempo attraversata da conflitti politici, economici e identitari che allungano la scia di sangue e violenza che, dalla fine della Seconda guerra mondiale, non si arresta. Le tensioni geopolitiche tra arabi e israeliani, tra sunniti e sciiti, tra cristiani ortodossi e musulmani, sembrano aver adottato la religione a pretesto di un’interminabile violenza identitaria. In realtà, abbiamo di fronte rivalità di potenza condotte attraverso l’uso della forza in un contesto nel quale storiche fragilità sociali e divisioni comunitarie alimentano continue rivalse e rigurgiti bellici. Da sempre crocevia e approdo di migrazioni umane, di traffici commerciali, di imperi e condottieri con i loro eserciti, Cipro è un nome singolare che va inteso al plurale. Al di sopra delle antiche tracce lasciate sin dalla preistoria da popolazioni provenienti dalla Grecia si stratificano le presenze fenicia, romana, egizia, bizantina, veneziana, ottomana e inglese. Solo nel 1960 Cipro ottiene l’indipendenza e un governo unitario, pagando un elevato prezzo di sangue. Nel 1974, stretta nelle tensioni tra Grecia e Turchia, l’isola viene invasa dall’esercito turco. La guerra civile viene “sospesa” grazie all’intervento dell’ONU e ad un tratto di pennarello verde sulla mappa che divide in due l’isola e la capitale Nicosia. Con la costruzione della Linea verde, si sospende la memoria di una Cipro unita, di un’indipendenza incompiuta, ma si avviano narrazioni distanti e retoriche contrastanti che alimentano il fuoco sotto la cenere. Dal 2004 a oggi l’ingresso in UE, il ritrovamento di gas, EastMed e il nuovo ruolo turco hanno reso Cipro un nodo energetico e militare del Mediterraneo orientale. La presenza di un’area del territorio dell’isola occupata da un paese straniero lascia aperta una finestra di conflitto irrisolto all’interno dell’Unione Europea. Una soluzione accettabile da parte di tutti per una riunificazione del paese deve passare attraverso una pacificazione della memoria che consenta di costruire un nuovo “noi ciprioti”. Per arrivare a questo è necessario giungere a posizioni condivise su questioni come la sovranità (indivisa o condivisa?), la restituzione delle proprietà e il ritorno dei profughi, lo status dei coloni giunti dalla Turchia, la ridefinizione di un’identità comune che condivida festività e commemorazioni, monumenti e toponomastica. La costruzione di una convivenza accettabile necessita che si tenga conto della complessità identitaria e geopolitica: solo valorizzando le interazioni, sanando le ferite ancora aperte, potrà emergere una nuova fase della storia cipriota, ma la pacificazione di Cipro è un tassello essenziale nell’incompleto mosaico della pace mediterranea. 

di Prof. Gian Maria Piccinelli Università

Il Museo Nazionale di Cipro a Nicosia: una collezione di storie 

Se un viaggiatore dovesse cercare a Nicosia un luogo dove il tempo si stratifica, troverebbe in via Leoforos Mouseiou l’elegante edificio che ospita il Museo Nazionale di Cipro, una di quelle istituzioni che ci ricordano che ogni frammento di ceramica, ogni statua corrosa dal tempo, ogni moneta consumata dalle dita di mercanti dimenticati, contiene infinite storie. Istituito nel 1882 per arginare scavi illegali e traffici d’arte, dal 1908 è ospitato in un edificio neoclassico dedicato alla regina Vittoria. Le quattordici sale del Museo, disposte in ordine cronologico e tematico, sono in realtà un labirinto dove il visitatore può perdersi e ritrovarsi, dove il neolitico dialoga con l’età ellenistica, dove gli idoli cruciformi del IV millennio a.C., stilizzati fino all’astrazione eppure intensamente umani con le loro braccia aperte, possono sembrarci più moderni di una scultura classica. Il nome di Cipro è legato ai giacimenti di rame (cuprum, in latino) che furono intensamente sfruttati a partire dall’età del Bronzo. Nel museo questa verità geografica diventa epopea industriale. I lingotti a forma di pelle di bue sono monumenti alla fatica, ciascuno pesante decine di chili, forgiato per essere trasportato sulle navi mercantili verso la Grecia micenea, l’Egitto, la Mesopotamia. Tutto ci ricorda che siamo nel punto d’incontro di tre continenti. Il “Dio di Enkomi”, statuetta in bronzo con copricapo a due corna, è alto cinquantaquattro centimetri ma contiene questo universo di relazioni. È un guerriero, è una divinità (una delle teofanie di Apollo?), è la rappresentazione del potere fatto forma. Chi l’ha fuso, nel XII secolo a.C., conosceva segreti poi dimenticati: come rendere fluido il metallo, come catturare il movimento in una materia immobile, come far sì che dopo tremila anni quella figura di bronzo continui a emanare autorità. Tra le sculture di età romana domina la nostalgia della bellezza perduta. La statua di Afrodite rinvenuta a Soli è scolpita in marmo purissimo, la dea emerge dal bagno con un gesto pudico che è insieme occultamento e rivelazione. A un modello ideale di bellezza maschile si ispira la grande statua bronzea in nudità eroica dell’imperatore Settimio Severo proveniente da Chýtroi, l’odierna Kythrèa. Mosaici, produzioni ceramiche, monete, gioielli: la civiltà cipriota vive in ogni oggetto esposto. A dispetto della linea che ancora oggi divide l’isola e la stessa Nicosia in due parti, il Museo Nazionale di Cipro testimonia la tenacia della cultura contro la precarietà dei confini. 

di Antonio Salerno, archeologo, Ministero della Cultura 

Intervista a Iannis Eliades, Direttore del Museo Bizantino e vicepresidente della Società degli Studi Cipriota  

Dott. Eliades, ci può parlare anche del Museo Bizantino, di cui è direttore? 

«Sono direttore non solo del Museo Bizantino ma anche della Pinacoteca che offre collezioni europee, greche, cipriote, dipinti, ma anche una piccola gipsoteca con sculture cipriote e una sala con una galleria che narra la storia di Cipro dal ‘500 fino ad oggi. Abbiamo fatto un grande sforzo, visto che lo permetteva la collezione di tutti gli oggetti che avevamo qui nella Fondazione Makarios». 

Sappiamo che il recupero di determinate opere è una storia complessa, ma affascinante. 

«Infatti. Nella parte di Cipro occupata dalla Turchia molte opere sono state trafugate e tristemente anche vandalizzate. Voglio ricordare il caso, non isolato, purtroppo, di un famigerato trafficante turco di nome Aydin Dikmen che aveva come base Monaco di Baviera. Molte opere (affreschi, icone, libri, mosaici, oggetti di arte) rubate sono ritrovate nelle mani di questo trafficante in Germania e si è messo in campo una grande battaglia legale che è durata 16 anni perché potessimo ritornare in possesso di ciò che era nostro. All’arrivo di tutte queste opere è iniziato un imponente lavoro di restauro, innanzitutto, e poi di progettazione di un nuovo spazio espositivo finanziato parzialmente dal Governo svizzero. Collaboratori di questo immenso lavoro culturale sono stati il Dipartimento delle Antichità Cipriote, l’Istituto di Cipro per la diagnostica digitale, il Museo Bizantino di Atene e l’Università dell’Attica Occidentale». 

Come vengono esposte le opere recuperate dalla parte occupata? 

«Esporle singolarmente, in maniera decontestualizzata, sarebbe la cosa peggiore da fare: noi vogliamo mostrare una produzione artistica di Cipro unita e non divisa. Pur se l’isola è divisa, queste opere che provengono anche dalla parte occupata uniscono e ci fanno capire come era la produzione artistica in tutta l’isola, come gli artisti si influenzavano. Vogliamo raccontare tante cose e queste opere completano storicamente anche il racconto di Cipro. È importante far capire che il museo è un custode, che queste opere saranno soltanto temporaneamente qui. Speriamo che rimangano il meno tempo possibile, perché quello che speriamo è che si risolva il problema di Cipro e che queste opere possano andare, insieme ai profughi, nelle chiese d’origine, ridare vita a queste chiese che sono state distrutte, sono state abbandonate, hanno avuto altri usi impropri. 

di Luca De Matteis 

Cipro, dove ‘il miracolo funziona ancora’ 

La dichiarazione è di Giorgio Seferis, premio Nobel per la Letteratura, innamorato di Cipro. Andò sui monti del Troodos, ricchi di chiese bizantine la cui Bellezza ha riconosciuto anche l’Unesco, a Platres dove gli usignoli non fanno dormire Elena che qui si è rifugiata per fuggire i suoi demoni. Ma non è degli usignoli che vogliamo parlare, bensì dei gatti che ‘dominano’ l’isola e, più in particolare dei gatti della Basilica di San Nicola dei Gatti ad Akrotiri. Questi gatti sono i protagonisti di uno straordinario poemetto. La Basilica, infatti, conserva una bizzarra leggenda secondo la quale secoli fa proprio i gatti, nutriti dai monaci, riuscirono a ‘sconfiggere’ i serpenti che infestavano l’isola.   

“Si vede il Capo Gatta…”, mi disse il capitano 
mentre indicava un lido basso nella bruma, 
un litorale vuoto il giorno di Natale, 
“… là da Ponente, al largo, l’onda generò Afrodite: 
il posto ha nome ‘La Rupe del greco’ … 
“Strano” riprese il capitano: 
“questa campana mi ricorda, dato il giorno, 
l’altra, del monastero. 
Mi raccontava questa storia un monaco, 
un esaltato, un sognatore. 
Al tempo della grande siccità, 
quarant’anni d’arsura, 
l’isola fu spiantata: gli uomini 
morivano, nascevano serpenti. 
Questa punta, milioni di serpenti 
grossi una gamba d’uomo 
e velenosi./ San Nicola era allora un monastero 
di basiliani, e questi non potevano 
né lavorare i campi 
né portare le greggi a pascolare: furono 
le gatte che nutrivano, a salvarli. 
Sonava ogni mattina una campana, 
e le gatte movevano a squadre alla battaglia. 
Si battevano tutta la giornata, 
finché sonava il pasto della sera. 
Dopo il pasto, di nuovo la campana, 
e uscivano alla guerra della notte. 
Era da sbalordire, dicono, a vederle, 
una zoppa, una guercia, 
quale senza un orecchio o senza naso, il pelo a brani. 
Quattro campane al giorno: fu così 
che passarono i mesi e gli anni, tempi e tempi. 
Selvaggiamente caparbie e ferite, 
distrussero i serpenti, ma alla fine 
perirono: non ressero al veleno. 
Come nave sommersa 
non lasciarono a galla 
nulla, né un miagolio né una campana. 
Alla via! 
Che potevano farci, poverine, 
con quel lottare e bere giorno e notte 
il sangue avvelenato dei serpenti. 
Secoli di veleno; stirpi di veleno”. 
“Alla via” disse indifferente, in eco, il timoniere. (trad. F. M. Pontani). 

Ha ragione Seferis: la guerra non ha veramente vincitori e vinti, ma solo morte e distruzione. 

di Prof.ssa Jolanda Capriglione, Presidente Club UNESCO Caserta 

Tags
  • #cipro
  • #Reportage
  • #unesco caserta
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Magazine mensile, gratuito, di promozione culturale edito dal "Centro Studi Officina Volturno", associazione di legalità operante in campo ambientale, sociale e culturale.

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