
Atti di bracconaggio o di difesa nei confronti di animali considerati potenzialmente pericolosi per l’uomo riempiono sempre più spesso le pagine di cronaca: dai lupi agli orsi – è ancora viva l’emozione suscitata dalla storia dell’Orsa Amarena, uccisa il 1° settembre 2023 nell’abitato di San Benedetto dei Marsi, in Abruzzo – è ormai frequente l’allarme per esemplari di questi e altri predatori che, avendo perso la naturale diffidenza verso gli umani perché andati incontro a un processo di cosiddetta “abituazione” e di facile reperibilità di cibo antropico, si spingono nei centri abitati, affacciandosi sulle soglie di abitazioni, dispense e cantine e, naturalmente, dove esistenti, pollai ed ovili.
Non diversamente due secoli fa, il 15 novembre 1825 Filippo e Girolamo d’Onofrio, fratelli pastori al servizio di Giuseppe del Giudice, si presentano dal sindaco del comune di San Gregorio, nel distretto di Piedimonte, recando i corpi di un lupo e di una lupa, da loro uccisi a colpi di mazza per difendere le greggi di pecore che avevano in custodia. Il sindaco, fatti esaminare gli animali da due periti esperti, che ne individuano il sesso, ne dispone la recisione delle punte delle orecchie, allegandole al verbale di resoconto dei fatti per l’autorizzazione alla corresponsione del premio previsto dalla legge per l’uccisione dei lupi, quantificato in 5 ducati per l’esemplare maschio e 6 ducati per l’esemplare femmina.
Vediamo come questi macabri reperti sono giunti fino a noi e sono entrati a far parte del patrimonio documentario dell’Archivio di Stato di Caserta.
L’attività venatoria era una delle materie regolamentate da una legge borbonica sull’amministrazione delle acque e foreste e del pubblico demanio (l. 1735 del 18 ottobre 1819). I cosiddetti “animali di rapina” erano stati oggetto di particolare attenzione da parte del legislatore, che per lupi, volpi ecc. consentiva l’uso delle tagliuole (altrimenti proibito “in qualunque tempo e luogo”), e la caccia nei mesi proibiti (per orsi, lupi e volpi), purché i cacciatori fossero provvisti della prescritta licenza; anzi, agli uccisori di lupi era addirittura accordato un premio, variabile a seconda del sesso dell’animale e riconosciuto anche alle guardie dell’amministrazione, su ordinanza dell’Intendente della provincia e dietro prova consistente nella recisione delle orecchie dell’animale. È questo l’iter disegnato dalla legge che trova riscontro pratico e documentario nell’archivio dell’Intendenza di Terra di Lavoro (l’antecedente storico della moderna Prefettura), nella serie Affari comunali relativa al comune di Piedimonte d’Alife (denominazione mutata in Piedimonte Matese a partire dal 1970): una serie documentaria tra le più interessanti e ricche per conoscere la storia del territorio, che ci ha tramandato, con la vicenda dei lupi di San Gregorio e di altre vicende analoghe confluite nel medesimo fascicolo insieme ad altri reperti, una storia di diversa gestione delle sue risorse naturali e una concezione molto differente, rispetto al nostro presente, del valore della fauna che lo popola.
Sarà però poi così diversa questa considerazione delle risorse naturali, che siamo, ora come allora, chiamati a preservare e difendere? Tante sembrano le similitudini con un approccio più sensibile e attento al pericolo rappresentato da certa fauna per l’uomo e per i suoi beni che alla tutela dell’ecosistema. Il concetto non si riduce semplicisticamente alla difesa del diritto alla vita della fauna endemica, ma dovrebbe invece sostanziarsi in un più ampio dovere al mantenimento di ecosistemi umani ed animali che non entrino in conflitto tra di loro e riescano a garantire il reciproco benessere.
di Fortunata Manzi
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