
La provincia di Caserta possiede uno dei patrimoni agricoli più ricchi d’Italia, ma convive con un degrado che è il risultato di scelte politiche precise. Da un lato c’è una terra fertilissima, dall’altro l’abbandono e la speculazione. L’antidoto esiste ed è tutt’altro che utopico. Secondo l’agronomo Giuseppe Messina, ex vicesindaco di Caserta ed esperto in materia di usi civici, la chiave sta nel recupero e nell’utilizzo intelligente degli usi civici, enormi estensioni di suolo pubblico destinate per legge all’uso collettivo. Capire cosa sono, dove si trovano e perché non vengono valorizzati significa capire una parte decisiva del mancato sviluppo del territorio.
Riassumere in poche righe il patrimonio agricolo casertano non è cosa facile. Forse a molti lettori sorprenderà la frase, ma questo territorio presenta delle potenzialità uniche in tutto il mondo: «Se noi guardiamo i Campi Flegrei, il Vesuvio e il vulcano di Roccamonfina – inizia a spiegarci Messina – nei millenni si è sviluppata questa fascia del territorio che viene chiamata Campania Felix, che arriva fino all’area Nocerino-Sarnese, che è in assoluto è l’area più fertile del mondo. Eppure, solo 107mila ettari sono dedicati all’attività agricola, pari al 40% della superficie provinciale, con una media regionale del 48%». Tra l’altro, «le altre province hanno una percentuale maggiore di suolo. In provincia di Caserta l’estensione media aziendale è del 2,7%, la media regionale del 3,6% e quella italiana è 7,4%. Questo numero ci dice che la produttività della terra casertana è superiore al resto d’Italia».
Ma come si caratterizza il territorio da un punto di vista dei prodotti tipici locali della cultura rurale? «C’è una rete di aree protette. A partire da un importante patrimonio sorgivo, che serve per marche di acqua minerale molto importanti: Lete, Natia, Sorgesana, Ferrarelle, Prata… Poi la mozzarella di bufala, che interessa da un punto di vista del DOP tutta la provincia. Nell’area teanese risorsa particolarmente importante – se lo facessero diventare risorsa – è il suino nero casertano. Ci sono: la castagna di Roccamonfina, oli extravergine di oliva, quattro vini con marchio europeo, il formaggio Caso Peruto, oltre ad essere primi per la produzione di fragole. C’è l’area della mela annurca, anch’essa IGP, che sta praticamente in tutta la provincia».
Già iniziando a parlare della mela annurca, Messina inizia ad evidenziare le prime incongruenze: «In effetti, la mela annurca non si produceva in tutta la provincia di Caserta, ma si produceva a Valle di Maddaloni, che è l’area vocata storicamente. Oggi siamo fuori dall’area reale perché il melo è una pianta che cresce in aree fredde. Dopotutto anche l’olivo, che al massimo arrivava in Toscana, oggi arriva a Bolzano: questo per capire i cambiamenti di cui si tende a negare l’evidenza».
Ma ora tocca all’altra faccia della medaglia: la mappa del degrado. Il dott. Messina ci mostra la stessa mappa su cui prima si vedevano tutte le aree protette, su cui calano le icone di ciò che simboleggia il degrado: «Discariche autorizzate, impianti di incenerimento, impianti di discariche dismesse, cementifici, impianti industriali, l’inceneritore a Marcianise, un impianto di trattamento rifiuti, cave dismesse, abbandonate o abusive, centri di raccolta materiale, tre discariche di cui due attive, uno stabilimento di tritovagliatura e imballaggio rifiuti, due sedi di stoccaggio rifiuti, tra i quali un impianto di compostaggio ancora in costruzione».
Nemmeno le aree protette vengono risparmiate: «Dove c’è il parco nazionale del Matese c’è una fogna. Poi c’è San Leucio, la zona di Pontelatone e Falciano del Massico, Roccamonfina… In questo cimitero noi produciamo tutti i prodotti di cui parlavo prima». L’agronomo sottolinea anche il problema dei rifiuti: «Il problema del ciclo dei rifiuti passa prima di tutto attraverso l’utilizzazione dell’umido che costituisce il 40%. Quindi, quando nel ’94 iniziò l’emergenza rifiuti, la prima cosa che si sarebbe dovuta fare erano gli impianti di compostaggio. Ma la realtà è che il ciclo dei rifiuti è in mano alla camorra, che detiene praticamente il controllo dei politici colletti bianchi».
Ma, allora, come si potrebbe sfruttare questo patrimonio? Gli strumenti ci sono e si tratta dei terreni demaniali destinati ad usi civici. «Si tratta di proprietà collettive, appartenenti alla collettività. I terreni dovrebbero essere utilizzati da giovani residenti disoccupati per realizzare progetti plurimi e attività integrate attraverso il sistema della cooperazione» inizia a spiegarci l’agronomo. Determinate zone potrebbero essere completamente sovvertite con l’utilizzo di questi strumenti: «Le risorse cambiano completamente. Se noi andiamo a vedere il parco del Matese – oggi parco nazionale – dovete sapere che oltre il 60% è soggetto ad uso civico. Però poi a San Gregorio del Matese un privato ci ha costruito un albergo sull’uso civico, e allora capirete che questo è diventato uno strumento passivo per fare clientelismo e interessi personali, di gruppo o di clan».
Tra i comuni con più ettari di uso civico in provincia di Caserta c’è quello di Sessa Aurunca: «Qui abbiamo oltre 1000 ettari di suolo demaniale soggetti all’uso civico, vicino al quale ci hanno messo una discarica, vicino al mare peraltro. Ma lì bisognava investire, prendere 50 giovani di Sessa Aurunca ed eliminare la disoccupazione».
Ci tocca parlare anche un po’ di come sono stati istituiti questi usi civici: «Nel 1927 si pose il problema, visti i conflitti che c’erano fra braccianti poveracci e i proprietari terrieri. E allora fu approvata la legge sulla liquidazione agli usi civici in Italia, che va intesa come sistemazione. Per ogni area furono nominati dei commissari che iniziarono a ricostruire catastalmente tutta la cartografia del comune e cominciarono a segnare tutte le aree che risultavano essere di proprietà pubblica soggetta all’uso civico. C’è stata una seconda ondata negli anni ’80, quando ci fu una legge di passaggio di competenza della materia dallo Stato alle regioni».
Ed è stato con questo passaggio che «sono successi tanti “miracoli” – scherza Messina – come, ad esempio, a Castel Volturno, che aveva oltre 500 ettari di terreno demaniale all’uso civico. Ora ne ha 379, sono scomparsi circa 150 ettari grazie a notai conniventi. Ci hanno costruito centinaia e centinaia di case e l’hanno consentito tutte le amministrazioni: destra, sinistra e centro».
Eppure, gli strumenti per sfruttare gli usi civici ci sono: «Ci sono le ASBUC (Amministrazione Separata dei Beni di Uso Civico, NdR), associazioni i cui membri vengono votati con la norma relativa alle amministrazioni provinciali. Una volta costituita l’ASBUC, la gestione dei terreni passa ipso iure all’associazione che ne definisce la gestione».
Non solo, secondo la legge regionale campana n. 11 del 17/03/1981, i Comuni non possono limitarsi a “custodire” questi beni, ma devono farli vivere. L’art. 5 impone infatti che i terreni gravati da uso civico siano utilizzati attraverso un vero piano economico, orientato ad attività produttive e compatibili con gli interessi della collettività. E se il Comune resta fermo, la legge prevede pure un meccanismo che taglia corto. L’art. 14 stabilisce che l’ente deve pronunciarsi entro 60 giorni sulle domande di concessione, e che, in caso di inerzia, la domanda si intende accolta.
Questo significa che gli strumenti per agire esistono già. Mancano solo informazione, volontà politica e partecipazione. I numeri parlano chiaro: a Castello del Matese il 72% del territorio è soggetto a uso civico, a San Gregorio Matese l’84%, a Piedimonte Matese il 64%. In contesti simili non si può parlare di sviluppo economico senza affrontare il tema degli usi civici, perché territorio pubblico e risorse coincidono.
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