
Nello Utah il 48enne Taberon Honie è stato giustiziato qualche giorno fa. È stata la prima esecuzione di pena di morte dopo 14 anni nello Utah e la tredicesima esecuzione nel 2024 negli Stati Uniti.
Taberon Honie è stato giustiziato questo giovedì per aver stuprato e ucciso la madre della sua ex-fidanzata, la 49enne Claudia Marie Benn, nel 1998. Honie e Carol Pikyavit, una delle figlie di Claudia Marie Benn, avevano avuto una relazione durata circa tre anni, dalla quale era anche nata una bambina. Nello stesso anno della rottura avvenne l’omicidio. Honie accoltellò brutalmente Claudia Benn con un coltello da cucina e le mutilò delle parti del corpo, tra cui i genitali. Subito dopo aver ucciso la donna, violentò anche una delle sue tre nipoti che si trovavano in casa. Taberon Honie si trovava nel braccio della morte dal 1999, fino ad essere giustiziato via iniezione letale nel carcere di Salt Lake City. Nello Utah l’ultima esecuzione risale al 2010 quando Ronnie Lee Gardner venne giustiziato da un plotone d’esecuzione.
La legittimità della pena di morte è un tema da sempre oggetto di accesi dibattiti. Secondo un recente sondaggio di SWG, il 31% degli italiani è favorevole a reintrodurre la pena di morte. Questa era stata abolita nel Regno d’Italia nel 1889, reintrodotta in epoca fascista e definitivamente abolita nel 1948. Una posizione di chi sostiene la pena di morte è che questa possa fungere da deterrente, e che quindi scoraggi gli atti di criminalità. In realtà è improbabile che un omicida valuti le conseguenze delle sue azioni prima di compierle. Un delitto può essere commesso sotto l’influenza di droghe, alcool o disturbi mentali, e se vi è premeditazione l’omicida può pensare di non essere catturato o valutare maggiormente la soddisfazione tratta dall’omicidio. Inoltre, nessuno studio ha mai dimostrato che la pena di morte sia un deterrente più efficace di altre punizioni.
Non sono pochi i casi di persone innocenti condannate alla pena di morte. Per citarne alcuni: nel 2014, in Ohio, il 57enne afroamericano Ricky Jackson è stato assolto da tutte le accuse dopo aver trascorso 39 anni in prigione e aver rischiato l’esecuzione, da cui si è salvato solo perché negli anni settanta l’Ohio aveva temporaneamente sospeso le esecuzioni capitali. In Texas l’afroamericano Anthony Graves ha trascorso 18 anni nel braccio della morte per un crimine che non ha mai commesso. Accusato ingiustamente come complice di una strage, fu condannato soprattutto perché afroamericano. La condanna fu emessa nonostante l’assenza di prove concrete e basata su una falsa testimonianza. Nicholas James Yarris ha trascorso 22 anni nel braccio della morte in Pennsylvania dopo essere stato ingiustamente condannato per omicidio.
La pena di morte è un’opzione crudele, irreversibile e vendicativa. Uno stato non può operare il proprio sistema giudiziario con l’obiettivo di vendicarsi. L’articolo 27 della costituzione italiana afferma che «le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato». In alcuni casi le esecuzioni sono delle vere e proprie torture, come è accaduto al 50enne Joe Nathan James Jr. nel 28 luglio 2022. L’esecuzione è durata più di tre ore e in base all’autopsia pare che il team preposto all’iniezione non fosse qualificato e probabilmente avesse operato con «grossolana incompetenza». Come affermava Cesare Beccaria ne Dei delitti e delle pene, «la pena di morte non è un diritto ma una guerra della nazione contro un cittadino. Uno stato civile non può punire un crimine commettendone un altro».
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