
Il parto dovrebbe essere uno dei momenti più belli della vita di una madre o di una coppia, e invece talvolta si trasforma in un incubo. Complicanze, infezioni e disagi possono affiggere il neonato, soprattutto in caso di parto prematuro; è in quel momento che diviene fondamentale il ruolo degli operatori della TIN, il reparto di Terapia intensiva neonatale. Per saperne di più, abbiamo intervistato la responsabile di neonatologia presso il Pineta Grande di Castel Volturno, la dott.ssa Vincenza Roma, e il suo capo dipartimento, il dott. Lucio Giordano.
Dottoressa Roma, quali sono le principali difficoltà che un medico incontra nel reparto di Terapia Intensiva Neonatale?
«Innanzitutto, quella di confrontarsi con una realtà poco conosciuta. La maggior parte delle persone conosce la malattia dell’adulto, però non conosce il cammino che si fa in TIN. È un cammino molto complesso, in cui in prima istanza ti confronti con i neonati, ma soprattutto con i genitori del bambino, con le loro ansie e paure. Come esseri umani non siamo pronti al distacco del neonato dalla madre, che spesso è affetta da un senso di colpa che la devasta, per non parlare della figura dei padri. Il papà si sente catapultato in una realtà diversa da quella ordinaria, con la responsabilità di gestire le paure della mamma e al contempo il neonato con le sue difficoltà.
Sono solita definire questi neonati come “vasi di cristallo”: basta un nonnulla e praticamente rischiamo di perderli. Un evento che tutti si aspettano essere il più bello che la vita possa donare diventa un tunnel da cui non necessariamente si ha via d’uscita, e in cui noi cerchiamo di accompagnare i genitori nel migliore dei modi. Ci si ritrova a dare delle notizie ai genitori che a volte sono molto dolorose, mentre loro cercano di attaccarsi albattito cardiaco tracciato dal monitor per non perdere la speranza. Per noi operatori poi perdere i neonati è veramente molto duro, perché ci si affeziona».
Il Pineta Grande si trova a Castel Volturno, città di cui conosciamo problematiche e disagi di ordine sociale ed economico. Quali sono le conseguenze di lavorare su un territorio del genere?
«Parliamo di un territorio particolare, in cui si presentano situazioni spesso drammatiche, per cui noi siamo sempre a diretto contatto con gli assistenti sociali, col Tribunale dei minori e le autorità. Attualmente abbiamo tre bambini che sono stati abbandonati. Spesso le problematiche sociali comportano un abbandono permanente del bambino: uno è rimasto qui per ben otto mesi, e alla fine ci si affeziona».
Dal punto di vista medico, quali sono generalmente le principali motivazioni per cui un neonato finisce in TIN?
«A volte asfissia alla nascita, difficoltà respiratorie, infezioni, ma principalmente per l’estrema prematurità. Adesso sono abbastanza frequenti i parti prematuri. Credo che in questo abbiano avuto un ruolo determinante la mutazione che ha subito la vita della donna, molto più frenetica degli anni passati, e l’età in cui si partorisce. Ad oggi la donna partorisce in età molto più avanzata rispetto al secolo scorso, in cui si partoriva quasi sempre fra i 18 e i 25 anni; quello della donna più adulta è un parto complesso e comporta una gestazione più disagevole in generale».
Dottor Giordano, lei opera in questo campo da più di 50 anni. Quali sono i principali cambiamenti che ha avuto modo di notare?
«Da quando ho iniziato ne sono cambiate di cose, e non tutte in meglio. Certamente è cambiata la tecnologia ma soprattutto la cultura degli operatori medici che agiscono in questo campo. Nel campo specifico della TIN, ad oggi conosciamo molto di più rispetto alla fisiopatologia del neonato, in particolare sul funzionamento del suo apparato respiratorio, che è il punto più debole per un neonato, soprattutto se nato prematuro. Questo ad opera dei gruppi che a livello internazionale fanno ricerca mirata, grazie alla quale stiamo scoprendo meglio che cosa succede».
L’operato dei medici si fonda soprattutto sull’istituzione delle linee guida. Qual è il suo pensiero a riguardo?
«Le linee guida sono state, secondo me, un lodevole tentativo di uniformare la condotta medica, ma al contempo un notevole freno all’applicazione di sistemi di assistenza, che in qualche modo potrebbero e dovrebbero essere impiegati anche al di fuori dagli schemi classici. Cioè, se tali sistemi derivano da un approfondimento, adattare la tua attività sulla base di quello che oggi si sa e eventualmente scegliere dei target assistenziali che possono leggermente uscire fuori dalle linee guida, è un metodo che in qualche modo può farti ottenere risultati, e questo viene valutato positivamente anche in sede di giudizio».
E la tecnologia? In che modo ha influito sulla materia?
«Ha influito, certo, ma ancora di più hanno influito ricerca e cultura. Parto da un assunto. Ad oggi il limite inferiore di sopravvivenza viene posizionato come asticella a livello delle 22 settimane, 21 in qualche caso. Negli anni ‘70, invece, pur nascendo bambini anche alla 24esima settimana di gravidanza, venivano considerati aborti veri e propri, e lasciati in una stanza al buio: la medicina dell’epoca riteneva che un neonato prematuro a quel punto non fosse salvabile, e in effetti per ciò che avevamo a disposizione era così. Perché non c’erano, purtroppo per noi, i mezzi farmacologici né la cultura per poterli applicare. Sono migliorate le cure ostetriche, insieme allo sviluppo del rispetto per la fisiologia del bambino».
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