
“Vedi Napoli e poi muori”: è così che recita la celeberrima frase coniata dal genio tedesco Johann Wolfgang von Goethe, abbagliato dalla bellezza ineguagliabile del capoluogo partenopeo. Esiste un luogo, nel cuore della città, laddove queste parole sembrano pulsare con una forza unica. È percorrendo le rampe di Pizzofalcone – le quali, dal borgo di Santa Lucia, e precisamente da via Chiatamone, risalgono la china del Monte Echia – che è impossibile non restare a bocca aperta davanti al panorama mozzafiato che si estende dinanzi al proprio sguardo. Una vista che si colora del blu intenso del mare, con le onde che si infrangono contro il Castel dell’Ovo, e del verde che connota la collina di Posillipo a Ovest.
Ed è proprio qui che si staglia il profilo di una fortezza dall’aspetto medioevale realizzata in conci di tufo: Villa Ebe. Eppure, nonostante questo castello domini l’intera Napoli, sembra che la città si sia dimenticata di lui. Non solo gli ingressi risultano interdetti – contornati da cancelli ormai arrugginiti – ma al di là di questi è possibile scorgere una vera e propria selva di piante ed erbacce incolte, tra tavole di legno incustodite. Insomma, un vero e proprio simbolo di incuria e di abbandono che sembra oltraggiare gli antichi fasti di questo edificio.

Questa rocca fu edificata nel 1922 dal celebre architetto anglo-napoletano Lamont Young, genio di numerosi edifici disseminati qua e là per la città. Nota in origine proprio con il nome di “Castello Lamont”, questa meraviglia architettonica esprime il grande amore che Young nutriva verso lo stile neogotico. Una passione che si rifletteva anche negli interni che caratterizzavano la villa, originariamente divisa in due scompartimenti: uno nel quale Young decise di abitare, e un altro che fungeva da residenza della casata degli Astarita. La villa, inoltre, è stata teatro di alcune tragiche morti, come quella dello stesso Young, che nel 1929 si strappò la vita all’età di 78 anni. Solo allora il castello assunse il nome di “Villa Ebe”, in onore della moglie dell’architetto Ebe Cortazzi, che vi dimorò sino al 1970. Poi, in conseguenza della successiva scomparsa della donna, gli eredi alienarono la villa al Comune di Napoli.

Poi arriva il 2000, un anno cruciale in cui il destino della villa fu segnato da un evento drammatico: proprio allora, un gravissimo incendio doloso divorò gli interni della villa – quasi tutti in legno – compresa la maestosa scala elicoidale. E tanti sono stati i progetti di riqualificazione che sono stati proposti negli anni successivi per risollevare le sorti di questa struttura. Nel 2005 fu avanzata l’idea di trasformare il castello in un museo interattivo dedicato alla storia del Liberty, mentre nel 2008 fu approvato dalla Regione Campania un finanziamento per la ristrutturazione dell’edificio, che avrebbe goduto di fondi europei. Ciononostante, nulla è stato fatto per evitare che la villa continuasse a sprofondare nel degrado, e oggi sopravvive come un fantasma simbolo di una bellezza ferita.
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