
In un territorio come il nostro, quello della Campania e della provincia di Caserta, di criminalità organizzata e violenza si parla spesso e talvolta a sproposito. Le associazioni e le iniziative che si muovono sul territorio sono tante, ma noi vogliamo soffermarci su una in particolare: Rise Up, uno spazio stabile di ascolto e prevenzione che vive all’interno di un bene confiscato alla camorra. È stata la sua presidente, la criminologa e insegnante Lucia Cerullo, a raccontarci la storia dell’associazione e a farci esplorare l’inevitabile legame che intercorre tra criminalità organizzata e violenza di genere.
Nata nel novembre del 2021 a Castel Volturno, Rise Up affonda le radici nell’esperienza stessa di Lucia Cerullo: nel lavoro con i minori, negli sportelli sociali e nella tutela delle donne vittime di violenza. «Oggi una parte importante del nostro lavoro – racconta Lucia – si svolge a Casapesenna, nella “Casa delle Associazioni e della Salute”, un immobile di circa 150 mq su due livelli in via Don Peppe Diana, bene confiscato alla camorra, un tempo nella disponibilità di Michele Zagaria e restituito alla collettività grazie al lavoro del Comune e del consorzio Agrorinasce» con il progetto “Orientiamoci – Famiglie in rete”. Non si tratta di una scelta casuale: il riuso sociale dei beni confiscati è una forma di prevenzione, non solo un simbolo. «Non basta dire “no” alla violenza se il territorio continua a parlare il linguaggio del potere mafioso: abbiamo bisogno di luoghi concreti che raccontino, ogni giorno, che un’altra forma di potere è possibile, fondata su diritti, cura e responsabilità. La vera legalità nasce quando una comunità decide di prendersi cura delle sue ferite, non solo di punire chi le ha inflitte».
Sia la violenza di genere che la criminalità organizzata si fondano sulla cultura del potere, sul controllo e sulla sottomissione: «Nelle organizzazioni mafiose le donne possono essere vittime, complici o entrambe le cose: vivono spesso in contesti ad altissima violenza domestica, ma allo stesso tempo possono essere arruolate per trasportare denaro, droga, messaggi, diventando ingranaggi di un sistema che le usa e le controlla. In molti casi il reclutamento avviene proprio a partire dalla vulnerabilità: bisogno economico, ricerca di appartenenza, bisogno di affetto, ricattabilità dovuta ad abusi subiti, che generano una vera e propria spirale di violenza difficile da spezzare. Dal punto di vista criminologico, mafia e violenza di genere condividono almeno tre elementi: la normalizzazione della violenza, il silenzio imposto attraverso paura e ricatto, e l’idea che denunciare significhi tradire. Per questo, quando lavoriamo con le donne vittime o con i ragazzi a rischio, non possiamo ignorare il contesto di criminalità organizzata in cui spesso queste storie sono immerse».
In uno scenario come quello che ha seguito la Casal di Principe degli anni ’90, il rischio che si corre adesso è un ritorno a una visione della criminalità organizzata rinnovata, che si muove ora su un terreno fertile. «Serie e prodotti culturali su camorra e carcere non sono di per sé la causa della devianza, ma diventano potenti amplificatori là dove il territorio non offre anticorpi educativi – descrive Lucia Cerullo –. Se mancano adulti, scuole e contesti che aiutino a decodificare criticamente questi contenuti, il rischio è che una parte dei ragazzi non veda la denuncia, ma solo lo stile: soldi facili, armi, potere, assenza di conseguenze reali. La prevenzione oggi è decisiva: significa lavorare prima che il coltello entri in tasca, prima che il mito criminale diventi identità, offrendo spazi, relazioni e narrazioni alternative credibili».
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