
Bottiglie di vetro, spranghe di ferro, coltelli, pugni e calci. Sono le armi utilizzate dal gruppo di violenti che nei paesi dell’area Nord di Napoli come Grumo Nevano, Orta di Atella, Sant’Arpino, hanno perpetuato violenze sistematiche nei confronti di persone della comunità pakistana, bangladese e indiana nelle ultime settimane. Chi è stato percosso fino a perdere i sensi e finire in ospedale in fin di vita, chi tornava dal lavoro o vi si recava ed è stato rincorso e colpito, chi è stato minacciato con un coltello: queste le violenze denunciate. Senza contare chi, invece, non ha mai denunciato per mancanza di coraggio, per l’assenza di una mediazione linguistica, per paura del sempreverde silenzio complice delle istituzioni che, spesso, si infittisce quando il colore della pelle dell’interlocutore è diverso dal suo.
La questione è diventata di interesse pubblico a inizio settembre, quando sono state divulgate le prime immagini di un ragazzo pakistano in ospedale gravemente ferito alla testa e alle gambe. Dopo la rete privata, con il consenso di chi ha divulgato le prime notizie, i fatti hanno raggiunto i social e la dovuta rilevanza mediatica. La rabbia delle comunità immigrate è poi finalmente sfociata nelle manifestazioni tenutesi a Grumo Nevano, che hanno destato l’attenzione sia dei cittadini che delle istituzioni.

Interrogarsi sulla matrice dei fatti lascia dubbi solo una volta riconosciuto lo stampo razzista delle violenze registrate. Appurato quello che dovrebbe essere un assioma conclamato, seppur assurdamente lontano dall’esserlo, il dibattito si sposta sulla natura episodica o meno delle violenze. In altre parole, questi malviventi agiscono per il puro piacere di picchiare il diverso, o a monte, le modalità razziste affiancano un’organizzazione criminale? Alcune voci del posto, che non smentiamo né confermiamo, parlano di un’organizzazione criminale con fini e atteggiamenti camorristici.
Al fine di ottenere una testimonianza diretta, abbiamo ascoltato due membri della comunità pakistana e bangladese. Y. sottolinea la pericolosità e il senso di paura con cui devono convivere, ad esempio, nel tragitto quotidiano dal lavoro a casa: «Non posso portare con me una persona che mi può proteggere», spiega. «Purtroppo, è pericolosa questa cosa, è brutta. Nessuno viene a parlare, vengono solo a picchiare». A., invece, descrive una delle modalità di avvicinamento che ha caratterizzato gli episodi: «Si avvicinano e chiedono il portafoglio, ma è una scusa per picchiarti». Tutto è cambiato della sua quotidianità: «Ho i figli e ora è iniziata la scuola. Non li lascio più andare da soli».
La reazione delle istituzioni è stata limitata a quei territori che hanno subito la gogna mediatica per la questione. Le violenze, almeno da quanto si conosce, riguardano non solo Grumo Nevano, ma anche gran parte dei paesi limitrofi. Eppure, Grumo è diventata il capro espiatorio di tutto. Si percepisce ancora una volta una linea politica di convenienza, che badi non al bene comune ma ad una parvenza di purezza e stabilità. I paesi che hanno avuto la “fortuna” di non avere manifestazioni sul loro territorio non hanno degnato la popolazione di una risposta, sebbene le denunce e gli esposti della comunità riportino episodi di violenza anche in quei territori. Se vieni tirato in ballo, sei costretto a rispondere; altrimenti, il razzismo non è di tua competenza.
Molte frange della popolazione, corroborate da alcune dichiarazioni di figure istituzionali, hanno ipotizzato una sistematicità delle violenze dettata unicamente dalla noia degli autori dei fatti. È importante -oltre che ridicolo- specificare che, qualunque sia la natura delle violenze, che sia criminalità organizzata o meno, che sia la voglia di picchiare le minoranze o la voglia di sfogare la propria rabbia o noia, la matrice razzista è sempre ugualmente riscontrabile. Bersagliare le comunità straniere, anche solo per uno sfogo personale o per un’attività di lucro criminale, denota la necessità di voler scegliere come vittima il più debole, il diverso. Persone verso le quali non si ha alcuno scrupolo nell’attaccare, con la certezza che in un paese nelle nostre condizioni non avranno la possibilità di difendersi.
Come anticipato, una risposta unita dei comuni non è stata pienamente riscontrata, e chi è riuscito a sfuggire dalla morsa social ha preferito defilarsi. Non c’è stata neppure piena presenza al tavolo organizzato nell’immediato col prefetto di Napoli Michele Di Bari ad inizio settembre. Grumo Nevano è stata individuata come unica colpevole di un fenomeno che in verità è allargato a tutta l’area Nord di Napoli.
La risposta dell’amministrazione di Grumo si è mossa su più fronti. Oltre al già citato tavolo col prefetto, in cui il sindaco Umberto Cimmino ha avuto un ruolo ovviamente di spicco, c’è stato un incontro con le associazioni del terzo settore che prestano servizio a favore degli immigrati, e ci si prepara ad una campagna di sensibilizzazione nelle scuole. La questione più spinosa, però, è sicuramente quella dell’attuazione di misure che facilitino lo sporgere denuncia da parte di fasce della popolazione che, per ovvi motivi, sono frenate da paura o sfiducia. Ne abbiamo parlato con l’assessore alle politiche sociali di Grumo Nevano, Angela De Rosa, che ci ha spiegato: «Dall’incontro con la stazione dei carabinieri e dai racconti delle associazioni, abbiamo compreso che nelle comunità straniere c‘è paura di denunciare e un po’ di sfiducia nelle istituzioni».
Per questo un tema cruciale nell’ultimo consiglio comunale è stato quello di andare incontro alla remora degli immigrati istituendo uno sportello antiviolenza condito da avvocati che prestino parte del loro tempo a fare consulenza e a raccogliere denunce. «Non ci si è ancora attivati perché tra i servizi del Centro Astalli (una delle associazioni di cui prima, ndr) questo sportello è già previsto, quindi è il caso di verificare se e come ampliare un servizio già esistente».
In mezzo a odio, indifferenza e superficialità, i paesi e le comunità provano a ripartire in un ambiente in cui è sempre più facile il dilagarsi del marciume umano rispetto al diffondersi del multiculturalismo sano. Una speranza, quest’ultima, sempre più flebile, ma che di certo non morirà mai.
di Tonia Scarano e Luca Capone
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