
Max Mazzotta è un attore originario della Calabria che spesso abbiamo visto anche al cinema in produzione come Freaks Out di Gabriele Mainetti o Paz! Di Renato de Maria, quest’ultimo tratto dalle storie di Andrea Pazienza. L’attore porta ad Officina Teatro a San Leucio (CE) il suo ultimo lavoro: Vite di Ginius. Un racconto primordiale sulla memoria e di come essa sia suscitata dalla parola.
È il primo lavoro in cui curi tutto, dal testo alla messinscena. Com’è nata questa idea?
«Il testo l’ho scritto interamente io e come ispirazione potremmo dire che c’è la Divina Commedia. Ovviamente nel testo dantesco sono nascosti temi politici, ma il mio Vite di Ginius è una cosa diversa. Nello spettacolo, Ginius si ritrova in un limbo e deve fare un viaggio nelle sue vite passate per purificarsi. Abbandona il suo corpo e attraverso una voce ricorda le sue vite passate; dal 1800 al 2800 rivive quattro vite diverse. Il protagonista nelle sue vite ha avuto sempre lo stesso problema: la grande vigliaccheria che riesce finalmente a spezzare nell’ultima vita in cui si reincarna. Comunque non sappiamo se riuscirà a spezzare o no questo cerchio karmico, ma abbiamo la speranza che sia così».
Guardando lo spettacolo si è immersi in diversi linguaggi che sembrano quasi musica e chiedo a Max perché alterna prosa e poesia e perché la scelta della multimedialità dei video e non di una scenografia classica sul palco. L’attore afferma: «Mi sono divertito a creare dei linguaggi: per esempio nella prima storia parlo in dialetto calabrese e per l’ultima, ambientata nel futuro, ho inventato una nuova lingua. Lo spettacolo è anche un gioco linguistico perché uso molti tipi di linguaggi: il dialetto, il canto e la lirica. Ho preferito raccontare il viaggio di un’anima attraverso i versi perché nei versi la parola diventa metafora e acquista ancora un altro significato. La scelta delle installazioni video è soprattutto pratica, sono in una postazione sempre seduto e solo in scena e mi serviva qualcosa che portasse subito gli spettatori nei mondi che racconto».
Sembra quasi che Max Mazzotta, interpretando Ginius, sia in un’astronave chiuso nei pannelli in cui appoggia il leggìo e gli strumenti che gli servono. E lui mi dà conferma riflettendo sulla linea temporale dello spettacolo: è interpretato nel futuro ed è realmente come se lui fosse in una torre di controllo per carpire gli errori che quest’anima commette da sempre e risolverli.
Tu provieni da un piccolo paesino calabrese. Da dov’è nata questa passione per il teatro e come, vivere in un piccolo paese, ha plasmato il tuo rapporto con le arti?
«Non lo so, questo è un mistero. Tutti questi sono misteri, ho vissuto gli anni 80’ in un paesino della Calabria in cui a malapena si vedeva la televisione, figuriamoci se esisteva il teatro. L’unica cosa che so è che un professore di musica, quando ero in terza media, mi lesse un testo e da lì mi sono appassionato. Pensa che a quindici anni ho creato la mia prima compagnia e pensavamo che il teatro l’avevamo inventato noi. E poi a diciannove anni, dopo il militare, mi sono trovato a Milano da Stredhler e lì ho capito che mondo ci fosse fuori e quanto fosse vasto».
L’osservazione di Mazzotta fa riflettere e la sua vita sembra parallelamente collegata ad alcuni temi del suo spettacolo: regna il mistero e l’analisi verso l’interno e non l’esterno a questo punto gli chiedo cos’è fare teatro per lui e l’attore afferma: «Non saprei, per me è semplicemente la mia vita e non riuscirei a vivere diversamente. Cose del genere ognuno se le spiega come vuole, ma per me sono fatti inspiegabili. Non so perché faccio teatro però è tutta la mia vita». Un po’ come sottolinea il suo spettacolo Mazzotta dichiara quanto mistero ci sia nelle cose che si fanno e di come, in un certo modo, bisogna scontrarsi con la vita per poi capire la propria essenza.
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