
Ma come eri vestita? Perché hai accettato il suo invito? Questo e tanto altro è vittimizzazione secondaria. Approfondiamo il tema insieme alla Dott.ssa Benedetta Rizzi, psicologa e psicoterapeuta di Spazio Donna.
«La vittimizzazione non si verifica come diretta conseguenza dell’atto criminale ma attraverso la risposta che le istituzioni e gli individui danno alla vittima: allora, in qualche modo, diventano carnefici proprio coloro cui la vittima si è rivolta per avere sostegno o giustizia».
Ma quali sono gli attori istituzionali e sociali coinvolti? «Le forze dell’ordine cui la donna si rivolge per sporgere denuncia oppure per intervenire negli episodi di violenza, i tribunali in sede giudiziaria, i servizi sociali che sono coinvolti quando ci sono dei minori di mezzo, i CTU, i mass media». In particolare, i canali mediatici amplificano il fenomeno della vittimizzazione. «In una società come questa che è sempre più mediatica, la narrazione degli eventi, il disvelamento della vita privata della vittima senza alcun rispetto per essa o la resa pubblica di video o audio della violenza che si è commessa ledono il diritto della vittima ad essere tutelata e la espongono alla vista di tutto il pubblico agendo una seconda violenza».
Non si può fare di tutta l’erba un fascio: «Non tutti quelli che appartengono a quelle istituzioni sono causa di vittimizzazione sono non adeguatamente attenti o non adeguatamente formati per tutelare le vittime ma molti ancora sì».
Riguardo ai diversi attori sociali, quali sono le modalità attraverso cui la vittimizzazione secondaria si sostanzia? «La vittimizzazione si sostanzia nella colpevolizzazione della vittima». Per capire meglio, elenchiamo qualche esempio. «Tutta quella serie di espressioni che scaricano la responsabilità di quanto accaduto sulla vittima stessa. Ma come eri vestita? Che cosa hai fatto prima? Perché hai accettato di salire in macchina, di salire a casa? Cosa hai fatto per provocare la sua reazione? Cosa hai fatto per fargli pensare di avere un altro? Oppure, l’insinuazione che la vittima stia mentendo».
Anche la scelta delle parole può tradursi in una modalità di vittimizzazione. «Spesso, si ha una grande minimizzazione di quello che la vittima sta raccontando derubricando una violenza ad un litigio o ad un confronto un po’ acceso o ad una divergenza di opinione, anche nelle relazioni dei CTU. Come se si tentasse di riportare nel normale quello che la vittima ha vissuto. Gelosia, raptus, esplosione di rabbia, incomprensioni, liti familiari: il linguaggio che si usa tendesse a togliere la reale gravità della violenza, sottovalutando il vissuto della vittima». Ma quali sono le cause di questi approcci intrusivi, intimidatori, svalutanti e colpevolizzanti? «Questa narrazione pregiudizievole normalmente nasce da pregiudizi e da stereotipi che la persona che fa quelle domande o, comunque, sceglie quelle parole ha dentro di sé e rispetto ai quali non ha fatto alcun lavoro per mantenerli distanti».
Ma la vittimizzazione non è solo questione di parole. «I servizi sociali attuano una vittimizzazione secondaria forzano la vittima ad essere collaborativa, a fargli vedere l’ex violento, a convincere i bambini a vedere il genitore violento anche se non lo vogliono vedere. Quando si spinge alla mediazione familiare, talvolta non si tiene conto della differenza fondamentale tra violenza e conflittualità, si mette la vittima nella condizione di essere succube e di non poter esprimere il proprio pensiero in sede confronto con l’autore con le violenze».
Per tutti questi motivi, è necessario puntare sulla formazione specifica sulle tematiche della violenza di genere, di modo da garantire alla vittima una tutela adeguata, al riparo da episodi di vittimizzazione e di violenza.
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