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Vittorio Gregotti, l’architetto testimone del Novecento

Francesco Cimmino
Francesco CimminoRedazione Informare
31 marzo 20204 min di lettura

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Vittorio Gregotti, l’architetto testimone del Novecento

Si è spenta a 92 anni l’esistenza dell’architetto piemontese Vittorio Gregotti, a causa di una polmonite da Coronavirus, dopo un ricovero nella Clinica San Giuseppe di Milano; qui anche la moglie Marina è ricoverata per il Covid-19. 

Vittorio Gregotti era un testimone del Novecento. Prolifico teorico e progettista, sin da giovane ha trovato fortune negli ambienti intellettuali. Dopo un tirocinio nello studio parigino di Auguste Perret – maestro di Le Corbusier – prima ancora di laurearsi, partecipa al CIAM del 1951 e inizia la sua esperienza nella rivista Casabella, che poi dirigerà successivamente. Ma il rigido Gregotti del Movimento Moderno Internazionale, alimentava il suo carattere anche attraverso la frequentazione dei mondi della letteratura, della filosofia, della musica e dell’arte. 

Tra le sue realizzazioni più note ricordiamo lo Stadio Ferraris di Genova, il Teatro degli Arcimboldi di Milano, il centro culturale di Bélem a Lisbona; mentre in campo urbanistico i criticati quartieri Bicocca di Milano e Zen di Palermo o la New Town di 15 Km2 di Pujiang, in Cina. 

La sua posizione di rilievo, anche come docente universitario, lo ha posto nella condizione di influenzare diverse generazioni di architetti. Il peso di tale condizione lo si può apprezzare soprattutto nelle vesti di scrittore. Nei suoi libri appare chiaro il sentimento di dover di difendere l’Architettura dal declino postmoderno, che in un’intervista per Repubblica definisce come «il frutto del passaggio dal capitalismo industriale a quello finanziario globale. […] L’architettura è andata a rimorchio di questa situazione. Il sublime si è fatto perverso: è il successo, i soldi, la mancanza di distanza critica dalla realtà. L’estetica non incide, decora. Il mercato è dei furbacchioni». 

Lo storico Marco Biraghi, a seguito della sua scomparsa, ricorda che «Gregotti ha interpretato il proprio ruolo con una nettezza esemplare. Nettezza d’altri tempi, verrebbe da dire. Ma la nettezza gregottiana è sempre derivata dalla chiarezza della sua posizione. In un’epoca di ambiguità imperante, Gregotti ha rappresentato uno dei pochi “punti fissi”, rispetto a qualunque fenomeno o evento. […] Si è strenuamente opposto alla “liquefazione” dell’architettura (e del mondo), ovvero al modo di concepire entrambi come semplice flusso, “pura comunicazione”». 

La chiarezza progettuale gregottiana -non ha mai dubitato del suo lavoro – non ha sempre trovato riscontri positivi, soprattutto tra i suoi avversari1. Qualche anno fa il critico Luigi Prestinenza Puglisi scrive di lui su Artribune: «Gregotti ci si presenta come un dinosauro in via di estinzione di un periodo terribile della nostra storia. E, proprio perché in via di estinzione, suscita in noi, che lo abbiamo sempre visto come il nemico del talento e il male dell’architettura italiana, una suadente nostalgia». 

Vittorio Gregotti, nonostante la profonda differenza che lo separa dal contemporaneo, ci lascia un’eredità immensa, fatta di pensieri, parole e progetti. E ci lascia con un compito: raccogliere la sua eredità affinché sia recuperato «l’interesse che in questo momento l’Architettura ha perduto2». 

di Francesco Cimmino

Note
1 «L’ho sempre reputato un avversario e sarebbe sbagliato cambiare giudizio solo perché è scomparso. Tuttavia il mondo senza coloro che la pensano diversamente da noi è più piccolo e meno interessante, sicuramente più povero». Luigi Prestinenza Puglisi, via Facebook, 15 Marzo 2020. 

2 «L’Architettura in questo momento sembra non interessare più a nessuno, almeno come io la concepisco». Vittorio Gregotti, via Fanpage.it 14 Novembre 2017. 

Tags
  • #architettura
  • #Movimento Moderno Internazionale
  • #Vittorio Gregotti
Francesco Cimmino
Redazione Informare

Francesco Cimmino

Sono nato a Caserta il 31 Gennaio 1992. Architetto, Fotografo Professionista, Istruttore Minibasket. Gli studi e le altre passioni mi hanno condotto sul sentiero della fotografia: una coincidenza necessaria, fare Architettura ed essere figlio di un grafico pubblicitario appassionato di fotografia. Ho praticato la fotografia in maniera amatoriale per molti anni e non ho mai smesso di sperimentare, tra l'analogico e il digitale, continuando costantemente a studiare i maestri del passato e quelli contemporanei. Sono convinto che il concetto bressoniano di fissare l'eternità in un attimo e quello basilichiano di sguardo lento siano pressoché la stessa cosa: una buona foto è il risultato di una intensa connessione con l'ambiente, che si deve dunque conoscere, riconoscere, identificare. Basta seguire tre passi: SEE, SELECT, SHOOT.

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